per E SERBI UN SASSO IL NOME (di Elisabetta Cacioppo e Massimo Tafi)

di Bianca Bonavita, autrice di Humus e Discola

Un libro necessario, sì. Come la morte, in effetti.

Parole che si aggirano lievi tra le lapidi, alla ricerca di quegli attimi cruciali che fanno  una vita o di una vita una morte, così tutto agli occhi di chi li sta vivendo, così niente agli occhi di chi ignora persino che siano esistiti, dalle lontananze del futuro.

Questo libro è un’archeologia, e come ogni archeologia ci svela ciò che dovremmo sapere già, perché sepolto da sempre anche in noi: che sotto pochi centimetri di terra o di pietra c’è il nostro futuro, ci siamo noi, ci sono gli irripetibili attimi che stiamo vivendo, la nostra origine e la nostra natura. 

Necessario non perché riporta in vita la morte ma perché riporta la morte nella vita, perché ha il coraggio di parlare della più grande vergogna del nostro tempo: il morire. 

Come ultima delle separazioni che affliggono le nostre vite, ultima soltanto in senso temporale, la morte viene infatti, non appena diventa prevedibile come un temporale imminente, confinata nei suoi centri specializzati, igienizzata, sterilizzata, medicalizzata, tubizzata, camicizzata. Diventa una morte a norma di legge, una morte come si conviene, una morte al neon, una morte ancora più solitaria. Perché oggi le morti ordinarie, quelle che riempiono i cimiteri fino all’ultimo loculo senza statua e senza cronaca, hanno la piaghe da decubito e i piedi gonfi e neri che sbucano in fondo al lenzuolo marchiato dell’ospedale. Si spengono nella notte, senza gloria o clamori, e il più delle volte senza nessuno a chiamare l’infermiere di turno. Ma a ben scavare, con le mani della poetessa più che dello storico, anche dietro i loculi più dimenticati c’è una piccola grande storia che vale il verso o il racconto.

Necessario dunque questo libro perché ci parla di morte, ci parla di noi che stiamo morendo, anche in questo momento. E con la sua leggerezza dovremmo riportare la morte nei nostri discorsi, eterna compagna di viaggio, dovremmo riportarla nelle case per riprendere a girare la schiena quando è il momento, dopo aver salutato tutti, anche le bambine al capezzale, senza vergogna.

Grazie quindi per averlo scritto e pubblicato.

Un unico dubbio: non sarebbe forse stato giusto lasciare all’oblio la storia della donna di “Non dire a nessuno perché sono morta.”?