recensione di EMMA di Helena Molinari
a cura di Francesca Caporello, dal Blog di Pesca

Un luogo in cui si è vissuti, si ha amato e pianto – e che poi si è lasciato alle spalle per anni – trattiene a sé parte di noi. Custodisce una porzione della nostra anima, spesso quella più confusa e tormentata. Così, quando ad un certo punto della vita – immersi tra le scartoffie quotidiane, il lavoro e gli impegni – sentiamo il desiderio e l’esigenza di capire davvero chi siamo, occorre necessariamente tornare lì, in quel luogo da cui siamo scappati o semplicemente trasferiti, per rimettere insieme i tasselli. Ed è ciò che capita ad Emma, la protagonista di un romanzo difficilmente qualificabile con un solo aggettivo; un romanzo spirituale, femminile, interiore, psicologico e molto più al tempo stesso. Emma compie un viaggio, lungo una manciata di giorni, che dalla Liguria la porta in Umbria, dove ad attenderla non c’è solo Assisi città eterna e città di pace -, non solo volti del passato a lei cari che tornano ad incontrare il suo sguardo, ma c’è quella parte di lei che tra cappelle, veli e eremi è rimasta intrappolata. Emma ora donna adulta ora moglie e madre, ripercorre quelle vie per mettere a riparo quella lei fragilissima che anni prima si è persa. E lo fa come ha imparato: pregando, ascoltando il silenzio di chi a lungo ha taciuto, lasciandosi avvolgere dalla natura umbra.

Emma porta a termine la sua missione: in pochi giorni riavvolge il nastro della propria vita, scava nel profondo della sua anima, e pur ferita e sconquassata non dimentica mai il suo vero presente, il suo oggi, il suo hic et nunc: la casa in Liguria, i figli Luca e Stefano, e più di tutto Pietro, suo marito.

Pietro è un uomo semplice – nel senso più nobile del termine -, di poche parole, essenziale. Un carattere chiuso e introverso, che difficilmente si lascia andare a complimenti o tenerezze. Chi non ha conosciuto uomini come lui, direbbe che sia disinteressato. Invece, Pietro ama; ama di un amore immenso, lontano dagli standard, dagli schemi e dalla comune idea di amore. Pietro è uomo, papà e soprattutto marito ed è per questo che organizza gli impegni domestici con gli orari scolastici dei figli per permettere a Emma, la donna alla quale disse sì, di prendersi il tempo e la libertà di cui aveva bisogno. Amore e libertà vanno di pari passo all’interno del matrimonio, la cui realizzazione spesso lontana dalle aspettative, ma non per questo meno affascinante.

Il personaggio di Pietro in “Emma” compare in carne ed ossa sul finale, lasciando tutti – Emma compresa – senza parole. Lo ritroviamo poi indaffarato e schivo in “La casa verde”, la fisiologica continuazione del romanzo.

Con il timore che Emma possa davvero redarguirla, l’autrice non sbaglia un passo e svolge nei confronti del testo un lavoro certosino: ogni parola è al suo posto, scelta, ponderata, voluta. Due piani narrativi, che indicano l’uno il ricordo e l’altro il presente, permettono alla storia di seguire un suo ritmo: impetuoso e travolgente nel primo caso, lento e razionale nel secondo. Immagini nitide e ben delineate donano al lettore la sensazione di trovarsi a passeggiare nel bosco che conduce all’eremo fino a percepire l’aria rigida di metà novembre; di recitare il vespro insieme ad altri pellegrini o gustare per colazione latte, pane e marmellata di fichi.

Emma è se stessa e tutti noi: cade e si rialza, si perde e cerca la forza di ritrovarsi, debole e tenace, emotiva e lucida. Per questo “Emma” potrebbe definirsi un pamphlet sulla natura umana.