Mi par di ricordare che in televisione fossero particolarmente severi nella scelta delle parole. Non solo le più audaci, ma anche quelle che avrebbero potuto essere intese come tali (dato il contesto) andavano spente, mediate, ricollocate.

Questo modo un po’ maniacale, forse, di presentarsi al pubblico, ci racconta oggi di una esigenza diffusa nei decenni del dopoguerra: il conformismo. La forma era (è) sostanza, e chi vuole essere un adulto deve adeguarsi con abiti adatti, igiene, taglio di capelli e linguaggio.

Le parole volgari vanno lasciate alle persone volgari. In conseguenza di questo, se tu parli volgare vuol dire che lo sei, dunque appartieni al mondo dei facchini, villani, girovaghi, prostitute, sfruttatori, tagliagole, strozzini. Resta con i tuoi pari, non tentare di elevarti o migliorare la tua condizione. Non c’è speranza (almeno finché non cambi i tuoi atteggiamenti).

Con gli anni Sessanta è arrivata grande spinta rivoluzionaria (più estetica che etica): dall’abbigliamento, alla barba, ai capelli, alla musica, alla disinibizione, allo sconvolgimento chimico. Non poteva mancare il linguaggio. Dire certe parolacce voleva dire essere liberi, contro il formalismo vuoto e borghese.

Sono trascorsi gli anni, i concetti e le grandi aspirazioni si sono infrante sul riflusso, sono rimaste le parolacce. Un modo, un atteggiamento, una circostanza così diffusa da non essere più percepita. Insieme alle parolacce s’è fatta largo la bestemmia. Per qualche motivo che non so spiegare è diventata abituale una certa nudità femminile e, con un certo ritardo, pure quella maschile.

Probabilmente siamo a corto di parole e dunque di concetti. Così, anziché trovare le parole che ci servono nei libri o nei giornali, ci soddisfiamo di quelle percepite in vivo o in tv o sul web, dove così chiaro risplende il turpiloquio.

Moralista? Certo, io sono un moralista, e riconosco anche il valore delle cose immorali, e di quanto possano diventare opportune, o addirittura divertenti. Sono due le cose che non posso accettare: l’abuso e la violenza.

L’abuso fa diventare le parolacce inutili: occorre tenerne da conto, scriverle e pronunciarle la metà della metà di quanto vorremmo, di modo che una parolaccia ben collocata risuoni altissima presso l’uditorio, spiazzandolo, stupefacendo, scandalizzando, colpendo come uno schiaffo. Ma se gli schiaffi diventano un intercalare, non servono più a nulla.

La violenza fa diventare le parolacce intollerabili: la violenza si subisce ogni volta che ci tocca ascoltare un linguaggio volgare, colmo di ripetizioni e parolacce, luoghi comuni, semplificazioni. Ed è violento perché non ti puoi sottrarre: stai leggendo una pagina di un libro e ti ritrovi in una ridda di brutte parole, ma non puoi saltarle, devi leggerle. Così come ti ritrovi a parlare con una persona incline alla blasfemia e al rutto verbale. Come puoi sfuggire? Come cancellare i rumori che hai sentito?

La forma È sostanza. Chi predispone un’opera destinata al pubblico, come una casa editrice per un libro, deve averlo bene a mente. Dalla scelta della carta all’impaginazione, dall’ortografia alla chiarezza del carattere, dalla cura nella revisione e nel riordino del testo alla bellezza della pagina in quanto a equilibrio grafico, densità, accuratezza di stampa. E infine dalla bontà formale del linguaggio usato, dove non sia necessario scandalizzare, sorprendere o colpire, se non con la forza dei concetti espressi.

Pentàgora è molto attenta alla forma, tanto di quel che stampa, quanto dei materiali che riceve. Chi ci manda materiali, mail, messaggi di ogni sorta, lo tenga sempre a mente.