[lettori e lettrici di pentàgora ci scrivono]

Era cominciato tutto a Manila in febbraio quando venne ricacciato un aereo pieno di cinesi che volevano festeggiare il loro nuovo anno nelle Filippine, in sordina piano piano, giorno dopo giorno ci vietarono di nuotare in piscina, di passeggiare nella grande zona verde, di sostare nelle hall dei tre grandi palazzi da quaranta piani che disposti ad u formano il compound ed infine ci trovammo chiusi nel nostro appartamento di venticinque metri quadri con un balcone, pochi canali in TV, una rete internet veramente scarsa ed i libri che stavano finendo velocemente.

Venne il momento che agli over sessanta vietarono anche di scendere nel supermarket sottostante e la security della residenza che ti piombava addosso se ti avvicinavi troppo a qualcuno, “social distance sir, social distance…”, l’unica libertà che ti rimaneva era quella di incavolarti e di gioire perché non ti avevano multato.

Passarono così i mesi, io ero terrorizzato al solo pensiero di infettarmi e dover entrare in un ospedale filippino, i contaminati aumentavano ed il paese venne chiuso, nessun aereo arrivava o partiva, il lockdown fu totale anche i trasporti urbani vennero fermati.

Le municipalità distribuivano riso e scatolette, le scuole in dad, le università chiuse. Il paese era chiuso e sigillato.

In maggio la situazione si allentò e cominciò ad atterrare qualche aereo, riuscii a partire alla metà di giugno.

Arrivato in Italia ho fatto la quarantena e poi ci siamo goduti l’estate pensando che tutto fosse finito mentre non sapevamo ancora che tutto sarebbe ricominciato peggio di prima.

Adesso abbiamo rimesso il naso fuori di casa, timidamente, siamo andati a rivedere i luoghi che non frequentavamo da mesi ad incontrare gli amici ascoltati e visti per lungo tempo solo in rete, l’atmosfera era quella del primo giorno di scuola dopo le vacanze, l’emozione di rincontrarci, quante cose da raccontarci, quanti sguardi per verificare se qualcosa era cambiato, quanto la vita di questi mesi ha lasciato il segno sul nostro viso, sul nostro essere umani.

Ci siamo resi conto che nei mesi scorsi le fugaci sortite da casa, fatte solo quando strettamente necessario, erano simili al tempo di guerra quando si spera di non attirare l’attenzione di qualche cecchino o di finire sotto un bombardamento. La scelta dell’ora giusta per andare al supermarket, il non rinnovare l’abbonamento ai mezzi pubblici troppo affollati concedendoci solo la metropolitana più veloce e più areata.

Con le vaccinazioni speriamo di essercela cavata e si allontana la paura di finire in quelle terrificanti corsie che ci appaiono come tunnel senza uscita, ma quanta rabbia ci fanno le persone indifferenti alle sollecitazioni a stare attenti, a mantenere le distanze ad evitare avvicinamenti azzardati, che si rifiutano di rispettare le poche regole essenziali che hanno il valore di un mutuo soccorso, non ho solo paura di essere contagiato ma anche di contagiarti.

La vita in casa, ripetitiva con la lentezza del quotidiano, l’alzarsi la mattina, navigare su internet cercando conferenze e musiche interessanti, cucinare come terapia e passatempo, cercare i programmi in televisione, leggere, pulire la casa per sentirsi vivi e fare un po’ di esercizio fisico.

Imparare a fare il pane, farsi la marmellata di arance e limoni aggiungendo zenzero e curcuma, aumentare di peso, cercare d’andare a camminare scegliendo ore e percorsi solitari.

La solitudine e l’angoscia che a volte ti assale e che cerchi di scacciare in tutti i modi, le chat su whatsapp che non sopporti più, la sensazione che la gente vada fuori di testa, le aggressioni verbali di cui qualche volta sei vittima in rete per aver detto qualcosa o suggerito qualche link che pensavi interessante o quelle più pesanti e volgari se per strada chiedi alla gente di rispettare le regole.

La preoccupazione per un figlio medico che lavora al pronto soccorso e in corsia covid e per l’altro operatore della C.R.I., la notizia che il medico è positivo, il respiro di sollievo al primo test negativo.

Si ritorna a respirare.

Enzo De Barbieri (Manila – Genova)

[fotografia: kitoonlus.org]