Siamo nel tardo pomeriggio di un anno che, per i libri e chi li poeta, ha incontrato difficoltà in tempi recenti mai viste.
Da una parte, un aumento di costi senza precedenti – lo sappiamo – per elettricità e carta, più che raddoppiate! Dall’altra, un generale calo di acquisto di libri che si accompagna all’elevato calo di lettura degli ultimi anni. Sì, perché acquistare libri non sempre vuole dire leggerli… Il tempo che si dedicava alla lettura ora è assorbito da altre attività, prima fra le altre le sequela dei canali sociali.
Cosa è successo? Una risposta la possiamo trovare in Walter Ong in Oralità e scrittura (1982, ed. it. : Il Mulino, 2014), dove anticipa il ritorno all’oralità e il conseguente lento abbandono della cultura scritta.
È un’intuizione di quarant’anni fa, oggi testimoniata – ecco solo alcuni esempi – dagli stessi canali sociali con i loro testi effimeri di rapido consumo, dalla sempre più fragile capacità di comprendere cosa si legge, dall’uso sempre più diffuso (e per me non gradito) dei cosiddetti vocali.
Non ho tempo. Non c’è tempo. Questi i mantra di un secolo brevissimo trascorso all’insegna della fretta, del consumo, della felicità in dieci mosse, della vita usa-e-getta e del ritorno all’oralità, ma senza la bellezza della trasmissione da bocca a orecchio che ha caratterizzato quel cerchio del tempo che chi ha più di ant’anni ancora ha fatto in tempo ad assaggiare o intravedere non troppo lontano.
Pentàgora – così come tutta la piccola editoria di qualità – si dibatte tra queste difficoltà e questi segnali scoraggianti (ai quali vorrei aggiungere un generale e drastico scadimento dei testi prodotti, se posso basarmi su quelli che ci vengono proposti). Dall’inizio dell’anno ci siamo presi del tempo – sei e più mesi – per riflettere, e ora abbiamo deciso di non lasciarci andare allo scoraggiamento e non scendere la china della qualità, ma di rilanciare… come? è argomento del prossimo post 🙂