Chiariamo una cosa: leggere non è indispensabile. Siamo (quasi) tutti d’accordo. Quel che è sempre stato indispensabile all’uomo da quando è tale è la narrazione, il racconto, l’epica, la letteratura. Chiamiamola come vogliamo (consentitemi un po’ di approssimazione), all’inizio era forse un mago che raccontava e perpetrava vicende di caccia in una caverna, mimando e imitando versi e posture di animali, forse rappresentandoli sulle pareti più lisce.

Saltando nella storia con l’agilità di uno scriteriato mi viene in mente Omero, narratore di storie e della loro importanza, quando dice che i marinai non vedono l’ora di portare le barche in secca e narrarsi reciprocamente le loro avventure. Poi penso anche ai bardi rimatori e cantori, intrattenitori improduttivi ma al centro del villaggio. E poi vorrete mica che continui a fare esempi che conoscete bene: man mano che ci avviciniamo al nostro tempo le storie, i racconti, si sono organizzati sempre meglio, divenendo addirittura un prodotto commerciale (come ogni cosa d’altronde). Insomma, vorrei dire, non è tanto la lettura ad essere indispensabile, quanto il rappresentare la società, fornire una sorta di specchio che abbia funzione estetica, ma anche di critica estesa e sommaria. Guardarsi allo specchio non è solo questione di pettinatura o abito, ma anche di colorito, postura, colore del derma. Riflettersi dovrebbe servire anche a questo. E dunque la narrazione continua ci dovrebbe dare un quadro delle condizioni generali della società in cui viviamo, dacché poi desumere strategie, progetti, propositi per migliorarla, ove possibile.

Fino a un paio di secoli fa per le persone normali leggere un libro era un atto sconveniente. Il libro era detenuto dal parroco, dal notaio, dall’amministratore. Nasceva, più o meno con l’Italia unita, la diffusione della lettura serale. Vicino alle narrazioni dell’accaduto quotidiano, alle vicende mitiche, alle ricostruzioni genealogiche, le sere di veglia diventavano occasione per leggere ad alta voce. Uno era il libro (forse due, ma non di più, cari com’erano) e uno era il lettore, magari un prete mancato o un uomo di vasta esperienza [su questi temi si veda: Marina Roggero, Le carte piene di sogni. Testi e lettori in età moderna. Il Mulino 2006].

Grande rivoluzione fu il cinema e poi (bruciamo le tappe) la televisione. Meravigliosi sistemi e apparati per rendere fruibili storie a un gran numero di persone, e in maniera totalizzante: audio e video, sala buia, silenzio, nessuna interruzione o interlocuzione. La TV addirittura entra nelle case, una per famiglia, a riassumere e ricapitolare quotidianamente i fatti, le opinioni, le canzoni, le danze, le storie.

Ultimo arrivato è il telefonino connesso in rete. Nientemeno che uno schermo tv, ma individuale, a ognuno il suo. Inoltre sempre disponibile e accessibile quando lo si vuole: non c’è niente da guardare tutti insieme, ognuno guarda il suo, quando può, appena ha tempo.

Le storie dentro il telefonino sono quelle della grande industria dell’entertainment, che professionalmente crea a getto continuo le serie sempre inusitate, spettacolari, imperdibili. Per un altro verso abbondano le vicende di persone comuni, che assurgono al ruolo di intrattenitori fortuiti: il gattino che cade, l’uomo che scivola, la donnina che balla. La tragedia, in tutto questo, è duplice: sono sparite le storie umane e la loro rappresentazione, la loro interpretazione: non siamo quasi più capaci a raccontare; le storie che ci vengono propinate non sono storie: il micio canterino o l’uomo che scivola possono essere buffe, ma non sono storie, a ben guardare non sono nulla. Sono casi in cui è il media ad assorbire energia, cura, attenzione da noi, senza restituirla in nessun modo, sono come certe colture intensive che impoveriscono il terreno. Questi casi (e non storie) si possono chiamare così quando sono talmente povere da non poter essere raccontate. Se ci si pone il problema di narrare il video di un micino canterino si resta spaesati, come se il nostro linguaggio fosse inadeguato, monco, perverso. E dunque decidiamo di tacere, come fossimo arrivati alla fine del racconto, non avessimo più nulla da raccontare. Eppure con questo metodo dei fonemi, dei linguaggi, della semiologia applicata, sono state narrate guerre e storie d’amore, piani di sterminio e propositi di salvataggio dell’umanità, ma ora ci incamminiamo verso il silenzio.

Dicevo in apertura dell’importanza della lettura. Qualcuno, mi dispiace non ricordare chi, forse Franco Fortini, ma potrei sbagliare, ha fatto notare che nella Unione Sovietica di Stalin l’analfabetismo era stato sconfitto e la letteratura era diffusissima. La civiltà di un popolo si misura dunque non sui libri che legge, ma sui soliti pilastri noti: istruzione, sanità e giustizia.

Le storie e la voglia di raccontarle vivono insieme all’uomo e all’umanità: non importa (fino a oggi) il media: sia la voce, il dipinto, il teatro, la canzonetta o il film; siamo sulla strada dell’afasia, per aver demandato sempre ad altri la narrazione nostra. Mi vien da dire, pentagoricamente, che così come abbiamo abbandonato orto e pollaio per il supermercato, abbiamo altresì abbandonato la nostra narrazione per tre minuti di vuoto.

Forse dovremmo ripartire quantomeno dalla lettura, dalla lettura condivisa, a voce alta, comunitaria e interpretata.