Non sono un geografo, nemmeno un antropologo, ma penso comunque che Un’altra Italia. Regioni storiche e culturali, terre identitarie, piccole patrie, anzi… matrie (Pentàgora, 2021, pp. 201, Euro 15) di Massimo Angelini sia geniale. Oltre alla carta geomorfologica e alla carta politico-amministrativa c’è un altro modo di guardare al territorio: come a un aggregato culturale, un ambito nel quale gli abitanti si sentono di far parte di una comune vicenda storica. Ne esce una carta geografica nota, ma inedita.

Chi non sa cos’è il Salento o la Romagna, la Tuscia o la Gallura, le Langhe o il Cadore, la Lunigiana o la Lessinia, la Carnia o l’Alto Belice… ? Il risultato sono 581 partizioni territoriali; meno dei comuni (che sono 7.982) più delle provincie (107) e delle regioni (20), che l’autore chiama “terre identitarie”. Un concetto scivoloso che Angelini bene conosce, ma proprio per questo non lo vuole lasciare in mani sbagliate. Le “piccole patrie” rischiano di “ravvivare retoriche di nostalgia e rinforzare voglie di separazione o campanilismo da strapaese”, avverte Angelini, ma non per questo è giusto rinunciare a rintracciare “le geometrie del creato e della cultura sulla base dei saperi condivisi, delle conoscenze comunitarie, dell’immaginario popolare” (p.15). Non patrie-nazioni, ma terre-madri: “matrie”, appunto, come già le definisce Laura Marchetti: luoghi fisici e metaforici dell’accoglienza (L. Marchetti, Matria, Marottaa e Cafiero, 2020). Territori dove vige lo ius cordis (il diritto che discende dal cuore), non lo jus sanguinis, né lo jus soli. Ne derivano confini spesso labili, opinabili, determinati da un sentire comune, dal genius loci, che un altro studioso territorialista, Alberto Magnaghi, definisce “coscienza di luogo”. Insomma, la percezione di sé nell’ambiente naturale e in quello storico-culturale mette in primo piano la soggettività delle persone, il loro desiderio di autogoverno, le loro capacità di cooperazione e le immunizza sia dalle derive identitarie discriminanti ed escludenti, sia dal ricorso alla delega a “decisori politici” estranei e sovraordinati.

La bella mappa colorata dell’Italia ridisegnata da Angelini (allegata in grande formato al libro), frutto di un lavoro certosino e rigoroso, ma aperto per definizione e metodo d’indagine a una revisione continua, allude – a me sembra – a una prospettiva di riappropriazione dei territori da parte dei suoi abitanti. Il tema delle “unità minime di pianificazione” (per usare sempre Magnaghi) è antico quanto Platone, che pensava a un tetto massimo di 5 mila persone per il buon governo democratico della Polis. Thomas Jefferson pensava a delle “repubbliche elementari” dell’ampiezza non maggiore del bacino d’utenza delle scuole elementari. Elinor Ostrom indicava l’ottimo per la gestione dei common goods in 15.000 abitanti. Adriano Olivetti indicava i suoi “distretti” tra 75.000 e 150.000 abitanti. Anche Hanna Arendt si è cimentata nella ricerca della giusta scala della democrazia. Il lavoro di Angelini è un invito a guardare alla costruzione delle comunità locali capaci di autogoverno con un approccio lontano da ogni astratta ingegneria istituzionale, così come da ogni mito delle origini etniche di popoli, e anche dalla mera dimensione fisica delle bioregioni. Insomma, i confini delle “terre identitarie” non delimitino chilometri quadrati di suolo, ma sentimenti comuni: sentirsi assieme, condividere e prendersi cura dei luoghi.

da Comune-Info, 25 giugno 2021, fotografia di Ambra Pastore