Il libro è una creatura che nasce due volte: una nella pancia di chi lo scrive, l’altra in una pancia comune tra chi lo scrive e chi lo pubblica. Entrambe le nascite conoscono un tempo di gravidanza e la fatica del travaglio. E la seconda nascita è il risultato della revisione editoriale (editing), che non è semplice correzione di bozze, ma rilettura, affinamento, a volte anche – concordi un autore e un’editrix – ridiscussione dell’impianto, della trama, dei personaggi, dei tempi narrativi, a volte con la fatica di ripensare l’esordio o il finale, sempre con la certezza di non poter chiudere fino a quanto autrice ed editor (così invertiamo le parti) non si riconoscono pienamente, con soddisfazione, nel risultato dialogato insieme per pochi o tanti mesi.
L’editing è un tratto che caratterizza l’editoria, un processo necessario. È per la narrativa quello che per la letteratura scientifica è la revisione alla pari (peer-review). Come una rivista scientifica seria non pubblica articoli che non stati soggetti auna seria peer-review, così una casa editrice seria non diovrebbe pubblicare libri non soggetti a un serio editing.
In Pentàgora funziona così, non si pubblicano libri ‘a scatola chiusa’, senza neppure provare a discutere un testo, a saggiarne la tenuta, il ritmo, la coerenza di stile e trama, neppure se la proposta arrivasse da un bravo Alessandro (Baricco, Manzoni o Marenco… così, tanto per citare a mo’ di esempio – e in rigoroso ordine alfabetico – qualche nome scelto a caso). Quando la redazione accetta un titolo, decide anche chi lo curerà. Poi può anche succedere che la proposta rinasca uguale uguale a come è stata presentata: capita poche volte, ma capita. Su tre grandi traduzioni – ‘Kawa il kurdo’, tradotto dal francese da Laura Anania; ‘L’origine delle specie coltivate’, tradotto dal russo da Caterina Maria Fiannacca; ‘Il principe giallo’, tradotto dall’ucraino da Alessandro Achilli – non c’è stato modo di spostare una sola virgola, tanta era stata la cura nella stesura. Sì, poche volte, ma capita di non dovere intervenire… sfido chiunque a cambiare una sola parola da un testo di Zena Roncada.
[Questo ragionamento implica che chi ritiene il proprio testo intoccabile, chi ha problemi di lesa maestà letteraria, chi non è disposto a discutere la propria proposta, è bene che non la presenti a noi.]
Ora: se accettiamo per vero che l’editing è una fase essenziale e necessaria dell’editoria, allora dove non c’è il vaglio della revisione editoriale non c’è vera editoria.
In altre parole. Come non riesco a considerare editore chi stampa autopubblicazioni (forse si dovrebbe semplicemente chiamare tipografo o – se va bene – impaginatore o magari solo intermediario…), né chi chiede soldi o acquisti di libri a chi scrive (vuole dire che non ci crede abbastanza da rischiare), così suggerisco di non considerare editore neppure chi non fa revisione editoriale e, acriticamente, pubblica ciò che gli arriva.
Quanti sono gli editori in Italia? 1.706 (Istat 2019)?
Ma no, ma no… Con i criteri che ho esposto, potrei immaginarne un centinaio, o poco più, o forse meno. Certamente non considero editore Amazon, non IlMioLibro, non Youcanprint (per citare a mo’ di esempio – e in rigoroso ordine alfabetico – qualche nome scelto a caso tra centinaia).
Sempre buone letture!