Piccole fughe: la strada bianca

Si prende la strada bianca quando forte è il bisogno di ca(r)pire.

Un perché, un colore, un filo che colleghi e tenga insieme.

Ieri guardavo il campo di là dal fosso, che interrompe la strada bianca.

E’ un campo che ha lavorato, quest’estate: granturco granturco e granturco.

(Da lontano la casa galleggiava sulla testa delle pannocchie, tenuta su dal respiro dei pioppi)

Adesso il campo è terra bruna e rivoltata, come certi vecchi cappotti che, sul rovescio, tengono i segni delle cuciture e il senso della non usura.

La terra, dove è compatto il segno della lama, è lucida e lisciata da segrete ferrate.

Ha un colore stupito. Quell’azzurro che i metalli sottraggono al fuoco.

E’ fresca la terra di sotto e grassa e umida.  

La guardi e pensi che questo è il suo modo di attendere.

Chissà come ci si sente ad essere terra nuova.

A cominciare il viaggio di sopra, a lasciare il buio, il silenzio, la parte degli umori e delle radici per la superficie.

Mai (mi) è stato più chiaro il senso e il peso dell’ “esporsi”.

Guanto rovesciato.

Nell’attesa del verde.