‘…a me sembrava strano vederla subito in faccia quella donna, la poetessa. Ero abituata a conoscere gli autori attraverso le opere, incontrandone lo sguardo soltanto dopo, magari con anni di ritardo. I loro volti me li trovavo di fronte solo per caso e mi apparivano sempre diversi da come li avevo immaginati, lontani dai pensieri che nascondevano e io conoscevo per averli letti e sviscerati. Non erano loro gli autori delle poesie, gli autori non avevano volto.

Alda Merini invece era lì, davanti a me, e non mi guardava. Il suo sguardo era diretto da un’altra parte, oltrepassava l’osservatore e chissà quanto poteva arrivare lontano… La sigaretta accesa e appena iniziata tra le dita, un anello vistoso e un grosso braccialetto in primo piano e una collana, semplice, forse di perle, forse finte. Non si capiva se fosse truccata, ma le labbra erano molto scure, magari con un po’ di rossetto. Non sorrideva, non era in posa, non viveva per gli altri. Eppure era presente, apparteneva a questa terra, la stessa in cui, prosaicamente, vivevo anch’io. Nemmeno l’effetto del bianco e nero riusciva a relegarla nell’eternità in cui vivono i poeti: era viva, si vedeva. E aveva sofferto’.

La porta accanto, Pentagora.

 

Avevo circa vent’anni quando mi trovai per la prima volta un tuo libro tra le mani. Non sapevo chi fossi, abituata soltanto ai poeti morti, quelli della scuola. Tu invece eri viva. E scrivevi. Non lontana da me e da quella libreria vicino al Duomo. Era il 1997.

Il tuo libro quel giorno ‒ te lo dico con franchezza, come piace a te ‒ non mi convinse: preferii rifugiarmi tra versi già noti, di Emily Dickinson o Emily Brontë, non ricordo. Ricordo però quel primo ‘non incontro’ con te. Mai avrei potuto immaginare che molti anni dopo ti avrei messa nel mio libro.

Sono passati tanti anni da allora e anche da quel primo di novembre che ti portò via da questa terra. E ora, che non ci sei più, ti ho finalmente incontrata.