Chi scrive narrativa profonde tutto sé stesso nell’opera. Tanto che toccare o peggio attaccare l’opera equivale ad attaccarne l’autore. In genere è un errore di gioventù: chi scrive da poco tempo tende a vedere l’opera appena pubblicata come definitiva e nel massimo grado raggiungibile di capacità narrativa o poetica. Metterla in discussione, ritoccarne la sintassi o l’architettura tutta, è percepito dall’autore come fare barba, baffi e occhiali finti al ritratto dell’autore stesso.

Per questo chi scrive deve concentrarsi e ripetersi spesso: ‘Io non sono la mia opera. La mia opera non sono io’.

Pare una cosa da poco, ma è il fondamento della narrativa. Se si vuole intraprendere la strada del miglioramento, del confronto, della percezione delle proprie capacità narrative, dobbiamo imparare prima di tutto a vedere l’opera staccata da noi. Non solo: l’autore, una volta conclusa l’opera, non conta più nulla. Una volta terminato il testo e consegnato all’editore, dopo le debite revisioni, correzioni, consigli più o meno accettati, quel testo si distacca dall’autore, una volta stampato si ha un bel dibattersi per dire: ‘Ma io veramente volevo dire altro. In questo passaggio volevo sottolineare un’altra cosa. Non ho voluto parlare di questo e quest’altro’. Tutto inutile. L’autore non conta più niente. E dunque non ha motivo di stare lì alla finestra a guardare il suo lavoro che galleggia, naviga o cola a picco nel mare magno dei troppi libri.

Forse che un operaio di una fabbrica, uscito dai cancelli, va a vedere se i ‘suoi’ cuscinetti girano bene? Se le sue bottiglie si riempiono senza perdere? Se i mattoni che produce sorreggono il loro stesso peso?

C’è ancora un corollario: se l’opera letteraria è stampata per andare nel tempo futuro, significa che è destinata a un numero indefinito di lettori per un tempo indefinito. Mentre la vita dell’autore e  ancor più il tempo che l’autore ha dedicato all’opera è determinato e brevissimo. E dunque, nell’insieme formato da autore/opera, l’autore non conta quasi nulla, destinato a sparire presto, salvo (per pochi eletti) restare avvitato su un libro di testo scolastico, in un atteggiamento sufficientemente buffo o scriteriato per restare memorabile agli studenti.

Insomma: non per falsa modestia, ma perché gli autori devono imparare che quel che conta è l’opera, il libro, i concetti, i linguaggi, le rappresentazioni che contiene. La loro (nostra) persona (anche se non fosse umile) conta per altre cose: ruolo sociale, famiglia e affetti, mansioni lavorative.

Scortati da questo pensiero possono affrontare pure le sorti avverse destinate ad un libro di poco successo, fortificati però dalla certezza di aver fatto un buon lavoro, il meglio che si potesse fare.

E ai posteri l’ardua sentenza.