Ci sono testi che accompagno, su cui mi piace soffermarmi per un particolare approccio alla scrittura, la scelta delle parole, la struttura.

E ci sono testi da cui mi lascio accompagnare: li lascio entrare nella mia vita, perché mi aiutino a capire, ad allargare lo sguardo, a rafforzare (o a mandare all’aria) convinzioni.

E’ quello che mi sta accadendo con i racconti brevi di Oltre il confine, editi da Pentagora.

Sono il frutto congiunto di due autrici, Mara Sordini e Maena Delrio, che abitano in luoghi lontani fra loro ma che sono accomunate dallo stesso desiderio di dare voce agli invisibili, facendo affiorare alla superficie della coscienza le loro storie: diciotto storie capaci di spalancare altrettante finestre sul centro del mondo, o meglio sul cuore ferito di un mondo che pure non ha perso il seme della speranza.

 

Leggere questo libro significa entrare nei margini delle periferie, dei campi profughi, delle riserve indiane, dei campi nomadi dell’Occidente e attraversare in singole tappe il lontano: la Cina, la Bosnia, il Maghreb, l’India, la Palestina, la Siria, il Sudamerica…

E’ dare nome alle persone e alla loro fatica di vivere, in ogni fase dell’esistenza, a partire dall’infanzia.

E’ toccare, attraverso parole di verità, i problemi che offendono diritti e dignità: la povertà che produce orrori, la guerra, lo sfruttamento minorile, gli abusi, l’infanzia violata, il razzismo, l’emarginazione, le migrazioni dei popoli.

E’ capire che il concetto di resistenza si traduce in presenza alla vita nonostante il mare che inghiotte i barconi, nonostante la violenza dei bombardamenti che riducono le città a scheletri di muri.

Nonostante, e in questa parola sta la ‘sostanza ingovernabile’ del male e del dolore.

Affrontarla richiede lotta, cambiamenti, fughe, adattamenti, distacchi, ma non la perdita della propria tenerezza. Non la perde Rosalyn, con la valigia piena di sogni inevasi, ora delicata accompagnatrice di chi sta terminando la propria vita, non la perde Puot, il bambino mutilato dalla crudeltà degli uomini che si prende cura di una bambola di stracci, priva di un braccino, non la perde la nonna che dà lezioni di vento alla nipotina, nel cerchio chiuso della riserva indiana.

 

Basterebbero questi elementi per rendere i racconti di Mara e Maena indispensabili, eppure c’è qualcosa di più: una lezione che dovrebbe circolare soprattutto fra i banchi di scuola, lì dove si formano corpo, cuore e mente, lì dove è necessario imparare a rompere i confini, uscendo dai recinti del proprio particolare, della propria visione del mondo, dai piccoli egoismi che fanno ristretta ogni prospettiva.

I confini sono legati al suolo e alla terra, ma in realtà sono fisici e mentali: migrano dall’esterno all’interno, e viceversa.

Varcarli equivale, in tempi come i nostri, così malati di localismi, a superarli e a trasformarci in soggetti nomadi, liberi dai pregiudizi, per portare a spasso, come unico confine mobile, il nostro volto, un volto che si specchia e si riconosce in quello dell’altro.

Zena Roncada ha pubblicato per Pentàgora:

Margini

Le bambine

Il libro è disponibile QUI