Io scrivo perché poi mi leggo. E mi piace quello che scrivo. E come lo scrivo. Narcisista? Certo! Tutti noi che scriviamo lo siamo. Espelliamo da noi, dalla nostra testa, storie, pensieri, immagini, poi le guardiamo così separate, distaccate da noi, e le apprezziamo. Ci diciamo che sono belle o opportune, utili.
Occorre scrivere, di getto, rapidamente, per fissare i pensieri sul supporto (carta o terminale). Poi chiudere tutto e nascondere in un cassetto.
L’età che ho, a questo punto, mi aiuta con la seconda fase, che è quella in cui si prevede la rilettura. Avendo io poca memoria in genere mi dimentico dello scritto. Cioè: mi dimentico del documento, materialmente, ma dimentico anche quello che ho scritto.
E dunque dopo qualche giorno riscopro l’autografo e lo scorro rapidamente per capire cos’è. Poi m’accaloro nella lettura e mi dico: ma guarda questo… Ma chi è?! Ma guarda che scrive bene! Infine, pian piano, mi sorge il velato dubbio che l’autore del pregiato testo sia io.
Niente paura: ogni scarrafone è bello a mamma soja, per cui è normale che un autore trovi bello quel che scrive. E infatti non si chiede mai a uno scrittore, un poeta, un pittore, un musicista, se è bella l’opera che ha compiuto. Cosa dovrebbe mai rispondere? No, è brutta. L’ho composta, creata, scritta solo per dar fastidio, noia e tedio all’umanità. Sono domande che non si fanno. Come chiedere al fruttivendolo se le mele che vende son buone. Cosa dovrebbe rispondervi? Di no? Che sarebbe meglio comprarle da un altro?
E insomma che nel procedere dell’umanità verso una migliore conoscenza ci sarebbe anche questo: che ogni piccolo autore (narciso) prendesse consapevolezza dei propri limiti. Mica per altro: solo per migliorarsi, migliorare sempre, migliorare la scrittura, la lettura, i rapporti con i lettori, con l’editore, migliorare l’umanità (siamo umili, noi autori).
E dunque, se non ci resta altro che affinare il nostro senso critico, saper riconoscere il bello, valorizzarlo e dargli peso, altro non si può fare che leggere. Leggere, leggere, leggere. Ma leggere tutto: i classici, i contemporanei, i maestri, gli incapaci. Perché anche dal brutto si impara, anche dal detestabile, per capire come NON fare le cose, primo passo per farle bene.