Guardo le vetrine delle (poche) librerie che incontro quando vado a Genova e osservo che potrebbero sostituire – esagero! – la lettura dei giornali. Informano che c’è una pandemia (migliaia di titoli usciti in tutto il mondo in pochi mesi), o che è il centenario di Fenoglio e Pasolini, oppure che c’è guerra in Ucraina e così per tanti e tanti altri esempi. Rumori di rischio nucleare? Nessun problema: ecco le vetrine che sempre più propongono manuali di sopravvivenza, quasi – come si usa dire – in tempo reale.
Tutto bene, niente di male, l’editoria si tiene al passo degli eventi e, qualunque cosa succeda, sforna titoli giocando sulla voglia (che sento legittima) di informarsi, approfondire, oppure sulla paura o su una curiosità che – associata alla notizia del giorno – a volte sa di voyeurismo.
Mi chiedo se si possa arrivare a parlare di sciacallaggio…
Mi chiedo cos’è oggi l’editoria
Perché scrivo questa note. Perché quando è iniziata la guerra in Ucraina, ho avuto la tentazione di rilanciare il libro di Vasyl Barka – che avevo fatto pubblicare nel 2015 – dedicato allo sterminio per fame pilotato da Stalin nei primi anni 1930, senza il quale credo non si possa comprendere a fondo il risentimento (forse l’odio) tra il mondo ucraino e quello sovietico, oggi russo. Poi mi sono fermato, pensando se non mi sarei anche io approfittato delle contingenze: in altre parole, se non avrei anche io agito una forma di “sciacallaggio”.
“C’è un dramma in Ucraina? Ecco il libro che fa per voi!”.
Bene, non ci riesco. Oggi se potessi, parlerei invece di scrittori russi – diventati in modo sciocco e colpevole e vergognoso i paria della letteratura mondiale, gli innominabili. Ecco, ripartirei volentieri dai capolavori di Florenskij, di Solov’ëv, pubblicherei “Una questione privata” di Vassilij Belov (di cui ho pagato i diritti 6 anni fa, ma ancora non ho la traduzione), l’ultimo degli scrittori campagnoli insieme con Valentin Raspùtin.
Sì, il libro di Barka è bellissimo, ma oggi, per come si stanno mettendo le cose, avrei tanta voglia di dedicare un post a Belov e dire che il patrimonio di narrativa, arti e conoscenze non appartiene a un popolo, ma all’umanità compresente, e non può essere confuso con nessun governo, né diventare ostaggio della geopolitica; avrei voglia di dire, e dirlo ad alta voce, “giù le mani dalla cultura!”
Buone letture