L’autore di una storia è un bambino che gioca in solitudine con una ricchezza infinita di colori, penne, carte, immagini da ritagliare, altre da riempire. Per questo può addirittura capitare che un autore finisca per avere l’embarras de la richesse, altrove noto come il blocco dell’autore.

L’autore, parimenti al fanciullo, è un demiurgo: crea universi, li distrugge o li distorce a piacer suo. A un patto, però: deve divertirsi. L’azione creativa deve essere seguita dal godimento, dal piacere, da quel pezzetto di brace che si avverte segretissimo nel chiuso del proprio petto, ogni qualvolta si compie un azione, si realizza un pensiero o un progetto, che dia gusto.

Non importa affatto se questo sia un disegno destinato a cambiare il mondo o più semplicemente a soddisfare un’esigenza estetica. Si può provare quel piacere semplicemente accatastando per bene la legna, cucinando un buon piatto, scoprendo un insetto sconosciuto, un fiore, un nuovo amico. Mi sovviene ora che questi descritti sono anche gli ingredienti di una nota poesia di Borges (I giusti), per cui chi compia questi atti salverebbe il mondo.

Ad ogni modo: l’autore, il demiurgo o il bambino, intenti nel loro processo creativo, devono divertirsi. E qui volevo arrivare: scrivere sarà pure un travaglio, una fatica immane, un processo dispendioso e spesso utile come fare solchi nell’acqua, ma non ci si può privare del piacere.

Un esercizio sorprendente consiste nello scorgere questo godimento in autori noti, magari dei veri e propri monumenti. Percepire il loro risolino di soddisfazione per aver colto un aspetto, immaginato uno spazio, nominato oggetti, persone e situazioni. Come fossimo dietro a una tenda e potessimo scorgere, che so, un Manzoni tra le sudate carte, che alza per un attimo la penna dal foglio e sorride dello stesso sorriso del gatto, quando è sazio di sonno e di cibo. Eccolo! Ha prodotto, coerente con la storia, un qualcosa che lo fa godere.

Nello specifico, secondo me, qui l’Autore si è divertito parecchio. Lo si nota proprio perché non resiste alla tentazione di ammiccare al lettore con quelle parentesi: lo guarda fisso negli occhi, lo chiama a sé, par che dica: visto che roba? Queste sono perle, piccole e pregiatissime, fiocchetti e gale con cui ti confeziono una storia  imprescindibile.

Don Rodrigo, resogli con molto garbo il saluto, domandò se il signore si trovasse al castello; e rispostogli da quel caporalaccio, che credeva di sì, smontò da cavallo, e buttò la briglia al Tiradritto, uno del suo seguito. Si levò lo schioppo, e lo consegnò al Montanarolo, come per isgravarsi d’un peso inutile, e salir più lesto; ma, in realtà, perché sapeva bene, che su quell’erta non era permesso d’andar con lo schioppo. Si cavò poi di tasca alcune berlinghe, e le diede al Tanabuso,  dicendogli: – Voi altri state ad aspettarmi; e intanto starete un po’ allegri con questa brava gente. Cavò finalmente alcuni scudi d’oro, e li mise in mano al caporalaccio, assegnandone metà a lui, e metà da dividersi tra i suoi uomini. Finalmente, col Griso, che aveva anche lui posato lo schioppo, cominciò a piedi la salita. Intanto i tre bravi sopraddetti, e lo Squinternotto ch’era il quarto (oh! vedete che bei nomi, da serbarceli con tanta cura), rimasero coi tre dell’innominato, e con quel ragazzo allevato alle forche, a giocare, a trincare, e a raccontarsi a vicenda le loro prodezze.

I Promessi Sposi, cap. XX