Nella scrittura narrativa o d’invenzione occorre tenere a bada il linguaggio come uno dei componenti fondamentali dell’opera.

È improbabile che un testo contenga sempre lo stesso linguaggio: per i dialoghi, per le descrizioni ambientali, per gli incisi, per lo svolgimento della trama.

Ad ogni situazione corrisponde un modo di esprimersi peculiare, che talvolta cambia anche all’interno di una delle categorie nominate, si evolve, si complica o si semplifica.

Tutti sanno benissimo che le persone non parlano ‘come un libro stampato’, per cui nei dialoghi ci sarà bisogno di sinteticità, sottinteso, soggettività. Nella vita quotidiana parliamo dando per scontato molte cose; parliamo gesticolando, facendo assumere altro valore alle parole pronunciate; in un dialogo coltiviamo anche il silenzio, per lasciare spazio, per dare il tempo all’altro di pensarci, per assumere un atteggiamento greve e pensoso. In ogni caso non possiamo ricalcare o ricopiare pedissequamente il modo di esprimerci (ottenendo l’effetto trascrizione verbale di polizia) ma neppure di sconvolgere quella espressività estemporanea, quella speciale sintesi che, acuita dall’intimità delle persone, può davvero diventare un linguaggio esclusivo, pure troppo, per i lettori.

Un medico non si esprimerà come un operaio, ma se mettiamo in bocca al personaggio medico lo stesso linguaggio di un testo di patologia, allora suonerà falso. Umberto Eco nella premessa al Nome della rosa, descriveva questo dilemma vissuto con la creazione dei suoi personaggi. Non si può – concludeva – far dire continuamente a un personaggio francese ‘Parbleu’.

Non si può insistere troppo con le descrizioni ambientali, perlomeno dal punto di vista strenuamente fisico e materiale: viviamo in un mondo di immagini e filmati, brevi e lunghi, e la nostra soglia di attenzione si è abbassata, vorremmo più stimoli, più ricchi, più speziati, più salati e più dolci. Ci succede nella letteratura (nel cinema) la stessa cosa che ci succede nell’alimentazione, dove tutto è arricchito di sapore a tal punto da essere soddisfacente anche se non ci nutre. E ci si abitua a questo e quindi non ci basta mai.

Dunque le descrizioni siano brevi e non tediose. Ricordiamo con nostalgia Salgari e le sue divertenti digressioni descrittive della jungla o di isole e spiagge. Come dimenticare di Melville e della sua balena franca appesa fuori bordo al Pequod, l’autore prendere sottobraccio il lettore e descrivere minuziosamente il mammifero e confrontarlo con il capodoglio. Bello, ma non si può più fare.

Gadda faceva fermare un personaggio del Pasticciaccio per strada (un carabiniere in missione) solo per ‘strologare il mattino’, splendide pagine di montagne e nuvole inseguite.

Oggi, noi, purtroppo, sappiamo già tutto. E quindi è difficilissimo trovare le parole per suggerire un luogo, un paesaggio. Meglio giocare di sponda, usare lo sguardo del protagonista e scrivere: ‘Guardò lassù’ per situarlo da qualche parte nel paesaggio, senza descrivere valli, cime, pianure.

Sul linguaggio mi soffermo ancora per ricordare che un uomo anziano si esprimerà con maggiore proprietà (quasi sempre) di un giovane, perché l’anziano non ha fretta, viene da un mondo di carta stampata e l’italiano è stata una conquista che ha contribuito alla sua emancipazione. Mentre il giovane ha fretta, viene da un mondo di pixel e l’italiano è l’intralcio tra lui e la sua permanenza più lunga possibile nell’adolescenza.