Può un libro essere buono?

La bontà è positiva. Per antonomasia buono è il pane appena sfornato, come tutto quel che esce da un forno, perché la cottura breve a temperature alte genera profumi diversamente assenti (quanto profumano i libri?!).

Buona è anche una persona, un animale, per le sue caratteristiche comportamentali: un uomo buono non è violento, sorride, aiuta, si fida degli altri. Un cane buono non morde e non abbaia, si lascia accarezzare.

Una buona macchina è una macchina solida che espleta la funzione per la quale è stata progettata e costruita.

Un libro non è una macchina, un ordigno, un meccanismo. Eppure ha una sua certa proprietà costruttiva e funzionale per cui non deve perdere le pagine, non deve strapparsi, degenerarsi, ingiallirsi troppo presto.

Soprattutto buono è tutto quello che lascia buona memoria di sé, sia oggetto, essere umano o libro. Ecco il punto: la bontà è una questione di memoria. Dato che la memoria umana non è analogica, ma in gran parte emotiva, noi possiamo ricordare la bontà di oggetti, animali, persone e libri, ricorrendo alla traccia che ci hanno impresso. Per un breve attimo il portatore di bontà ha dato un esempio, una misura di quanto si può essere buoni, destando in noi un’emozione indelebile.

Ricordo benissimo dove ho letto certi libri buoni, in quale stagione, in quale stato d’animo. La mia condizione di quel momento era la trama su cui ho intessuto le parole tratte dal buon libro che avevo in mano. Buono è ancora oggi quel libro, rammemorato in quel tale posto, con quelle piccole paure, speranze, sogni, desideri, delusioni che ognuno vive quotidianamente, ma che quel buon libro hanno fissato in maniera analogica e con un meccanismo ancora misterioso.

Buono è il libro che insegna qualcosa, senza farsene accorgere. Buono è il libro che fissa uno stato dell’arte, nel cammino della consapevolezza umana. Buono, infine, è il libro per cui nessuno potrà dire: è stata sprecata carta e inchiostro, e soprattutto il tempo del lettore.