È stato scritto su queste pagine che vorremmo pubblicare libri belli e buoni.

Proviamo ora a definire queste parole, anche se potrebbe sembrare pleonastico: il senso loro è pacifico, le usiamo correntemente nei nostri discorsi e dunque non dovrebbero esserci fraintendimenti sul loro senso. Ma tant’è: c’è anche chi potrebbe sostenere che certi attributi non siano strettamente collegabili a un libro.

Può un libro essere bello?

Si usa abitualmente consigliare letture, e per farlo si dice: questo libro è bellissimo. Dunque nel linguaggio comune ‘bello’ e ‘libro’ stanno comode nella stessa frase. Ma c’è il libro ‘bello’ in assoluto? Il libro che tutti definiscono così? Non è forse vero che ognuno ha i suoi gusti sui quali non si discute?

Intanto c’è la bellezza dell’oggetto in sé: veste grafica, colori, tipo di cartoncino di copertina, tipo (peso e colore) della carta, scelta dei caratteri, dell’impaginazione, di tutti gli apparati fuori testo, della dimensione. Sì, anche la dimensione del libro conta. Il volume grosso è ingombrante e non sapremmo come portarcelo appresso, come leggerlo a letto. Il volume troppo piccolo sa di gioco, di collezionismo, di feticcio; ma soprattutto: si riuscirà a leggere? Diciamo allora che il libro deve poter stare nella tasca di un giaccone, in borsa senza rubare spazio, in mano senza peso. Sta in un vano portaoggetti, sul comodino senza far cascare nulla, sull’asciugamano lasciando al lettore il posto per sdraiarsi al sole. Un libro bello si fa leggere fin dal titolo e dall’immagine di copertina: fa venire appetito di sé, come certi piatti ben composti da cuochi dediti al loro lavoro, anche quando non si capisce cosa c’è dentro: fa venire l’acquolina.

Il bello è una questione estetica, cioè formale. Le forme contano tantissimo, se si pensa che anche la grammatica e la sintassi sono formalità (nel senso proprio del termine) e sulle formalità si basano le relazioni umane. L’autore usa le parole appropriate costruendo frasi efficaci, equilibrate, sensate, chiare. È un’altra questione formale: l’autore non prende in giro il lettore menandolo per l’aia con fanfaluche antidotate solo per dimostrare d’essere di penna sciolta. Quel che si può dire con tre parole, lo si dica con tre parole. Il resto è soverchio e vanità di vanità.

Bello è il libro che non si sostituisce al lettore, non suggerisce giudizi, non alita pregiudizi, non auspica soluzioni catartiche. Bello è il libro senza retorica, senza frasi fatte, senza luoghi comuni. Bello è infine il libro che desta visioni nuove, domande più che risposte, bisogno di approfondire, più che di concludere.