di Bianca Bonavita

La civiltà contadina sarà sempre vinta,ma non si lascerà mai schiacciare del tutto (…)
Carlo Levi, Cristo si è fermato ad Eboli

Sì, Pasolini aveva ragione a dire che la civiltà contadina stava morendo, e non di morte naturale, moriva di deportazioni forzate in città, nelle fabbriche, nelle periferie di palazzoni senza via di scampo. Moriva di un genocidio antropologico, culturale.
Ma aveva ragione anche Carlo Levi, la morte che muore la civiltà contadina non cessa mai di compiersi e in questo modo sopravvive, non si lascia mai schiacciare del tutto, perché le braci sotto la cenere sono ancore vive, ardenti, pulsanti.
Non le hanno spente i padroni, il latifondo, i consorzi agrari, i tecnici, non le hanno spente le facoltà agrarie, la rivoluzione verde, il boom economico, le fabbriche, la metropoli, i diserbanti, i pesticidi, i supermercati, la grande distribuzione, il ritorno alla terra, la neo-epica contadina e le sue mappature.
Le campagne dovevano ancora finire di spopolarsi che già piccoli esodi di persone dalle città cercavano un senso nella terra rifiutando i metodi di produzione agroindustriali. E quell’esodo continua, ed è forse numericamente più consistente di quello che crediamo.
Perché quelle braci ardono di un fuoco lontano e profondo che ha avuto per fiammifero le nostre mani e per vento il nostro stesso essere umani.
E tutte le persone che vivono della terra e con la terra come le possiamo chiamare se non contadine?
Come definire altrimenti chi siede alla propria mensa davanti al pane del grano che ha seminato, all’olio delle olive che ha raccolto e al vino dell’uva che ha pestato?
È la civiltà contadina che il loro gesto rievoca consegnando ogni mattina la propria vita a quella forma mai del tutto spenta, imparandola con umiltà e tenacia da chi l’ha incarnata prima di loro. Senza epica, senza retorica, senza moralismi o presunzioni. Hanno sottratto la propria vita da cinque, dieci, venti, quarant’anni, al destino di un lavoro alienante che le avrebbe separate da se stesse e dalla propria natura.
Mario che prima di morire ci ha insegnato a innestare i limoni.
Lorenza che a Muro di Vernazza da quarantacinque anni ogni mattina porta l’erba ai conigli e ama legare la vigna con la ginestra.
Roberto e Rodolfo che a forza di lavorare la terra di questa collina ne hanno preso la forma e quando li vedi arrivare li confondi con una curva della terra.
Alberto, maestro ortolano di Castel Bolognese, da cui siamo state a bottega.
Marco e Carlotta che sulle colline di Fornovo vivrebbero di solo miele se le api non morissero a migliaia a causa degli squilibri provocati dagli umani e dall’uso di pesticidi e diserbanti.
Emiliano e Sabrina che sotto al Falterona hanno lo stesso problema, ma tanto, in fondo, non gliene frega niente a nessuno di questa storia delle api.
Duccio che vive nel Chianti da quarant’anni essiccando erbe aromatiche.
Laura e Stefano che a Pietrasanta hanno salvato un pezzo di terra dalla speculazione edilizia della Versilia vocata al turismo.
Felice che raccoglie ghiande di roverella per farne una bevanda deliziosa.
Cecilia che è tornata in Puglia sulle terre abbandonate della sua famiglia.
Giovanni, che per etichetta del suo buon vino toscano incolla la fotocopia della sua carta d’identità.
Mondeggi fattoria senza padroni.
Giovanni e le sue vacche rosse di Reggio.
Massimiliano e Alda che resistono nella grande fabbrica a cielo aperto della pianura padana.
Luca di Cels che per difendere la terra e le montagne si è arrampicato su un traliccio.
Luisa che finalmente è riuscita a tornare là dove sentiva giusto stare piuttosto che in ufficio: sulle terre abruzzesi di famiglia a coltivare grani.
Federica e Damiano che nonostante l’inquinamento della conca ternana continuano a presidiare il loro pezzo di terra.
Corrado che aveva il sogno di una comune contadina.
Michelangelo che raccoglie mirtilli sul crinale d’Appennino.
Marco, Sandrine e le loro capre.
Laura e il suo compagno che dopo il terremoto d’Abruzzo sono rimasti sulla terra a coltivare grani e a pascolare pecore.
Tante altre che non c’è lo spazio per elencarle tutte.
A noi piace chiamarle contadine.

Bianca Bonavita ha scritto Humus e Discola.