“Ma che bravo, che hai scritto un libretto!”

È la frase perfetta per rimescolare i visceri del neo autore, del principiante, dell’esordiente nel mondo della piccola editoria. Intanto perché è scorretta: i libri non si scrivono, si pubblicano.

Si riservi il verbo scrivere a quell’attività un po’ intima che occorre svolgere presso la propria dimora o altro locale sicuro, comodo e tranquillo, dove si imbrattano carte con i più svariati sistemi: matita, piuma d’oca, penna di lusso, olivetti, personal computer.

E poi perché il complimento in questione suona proprio solo come una formalità appiccicosa, come dire: come stai bene con la riga in mezzo… (avendone, di capelli da spartire).

Una sera d’estate, in piazza, ho assistito alla lettura pubblica di: “Un giorno di fuoco”, noto racconto di Beppe Fenoglio. La vicenda, per i pochissimi che non l’avessero letta, narra di una tragedia famigliare avvenuta a Gorzegno (CN) dove un padre di famiglia uccide qualcuno e si asserraglia in casa, minacciando di uccidere tutti. La novità è che Fenoglio racconta tutto con lo sguardo di un bambino non presente sul posto. Un bambino che percepisce dalle mezze parole dei “grandi” tutto quello che c’è da sapere. L’escamotage permette all’autore di rappresentare la scena (tanto violenta) con un doppio filtro (il bimbo, la comunità) e di portare in evidenza quali sono i particolari che più eccitano e sconvolgono i vicini, i quali neanche loro stanno assistendo fisicamente agli eventi. Gli omicidi commessi sono una complessa faccenda di famiglia, dove per famiglia si intende tutta la vallata, tutti quelli che parlano lo stesso dialetto.

Mentre l’attore leggeva il racconto, avevo seduto accanto a me una vecchia conoscenza: La Griva. Non ricordo neanche più il suo nome vero. La Griva non era mai stato un genio a scuola, e soffriva di una certa indifferenza per le cose del mondo. Ma quel racconto lo aveva elettrizzato. Non riusciva a star fermo sulla sedia. Benché educatissimo, e sapesse dunque non disturbare durante una lettura teatrale, continuava a guardarmi con insistenza e darmi piccole spintarelle, come a dire: “Senti? Senti? Hai capito!?”.

Ma io non capivo perché dovesse sottolineare i passaggi del racconto in questo modo.

Al termine, dopo un lungo applauso, La Griva si chinò verso di me per dirmi che: “Suo nonno quella storia lì di Gorzegno, gliel’ha sempre contata. Uguale. Era successo un casino quel giorno lì. E Gallesio per davvero aveva fatto fuori il fratello, qualche cugino, due carabinieri, uno che non c’entrava niente e fino il prete, mi sembra. E comunque Gallesio Renato, quello che ha il consorzio, ebbene, resta ancora parente con quello lì di Gorzegno. Ma non glielo dire che si arrabbia. Capirai: avere un parente così!”.

La vicenda di Fenoglio era solidamente ancorata a fatti reali. Ma non solo: la costruzione sintattica, semantica, i nomi dei luoghi e dei personaggi, avevano avvitato solidamente la storia al luogo e alla sua gente. Un tutt’uno, come si dice, dove la verità sarebbe passata in secondo piano, parte di una descrizione ampia, sociologica, ancora più esauriente. E in tutto, il nome dell’autore quasi si era perso.

Qualche estate dopo, una sera, esco per una passeggiata. In piazza c’è un saggio di danza, o di pattinaggio, o un coro alpino, non so, ma fa lo stesso.

Per raggiungere due posti liberi passo davanti alle gradinate dove incontro con lo sguardo Giorgio. Lo conosco appena, ma mi è simpatico. Lo saluto alzando appena il mento. Contraccambia con un sorriso.

Trovo un passaggio e mi vado a mettere proprio dietro Giorgio, che non mi ha visto, intento com’è a confabulare con una fanciulla. Sto studiando quale dispetto potrei fargli, non visto. Almeno una schicchera all’orecchio, mi sembra il minimo. Poi porgo il mio, di orecchio, perché ho avvertito qualche frase che mi ha messo in allarme.

“Non lo conosci? Si chiama Marenco, è da qualche anno che vive qui. Ha scritto un libro: rosso qualcosa. Come dire rosso con un numero, che sarebbe un colorante dell’ACNA. Ma è bello, sai. No, non il colorante, il libro è bello. Come storia sarebbe di certi vecchietti che vanno a stare nelle baracche e trovano i coloranti nel fiume e così fanno la bonifica, ma poi l’assessore non vuole e mandano uno a mandarli via, ma non si può. E poi…”

La trama era solo parzialmente quella della mia storia. Mancavano particolari, altri li aveva aggiunti lui. Giorgio non era bravissimo a raccontare: s’era intorcinato in una serie di soggetti sottintesi e di incisi e perifrasi che avrebbero invalidato qualsiasi vicenda. Inventava, infine. Beandosi, per sostituzione, del diritto dei raccontatori di storie, di creare e distruggere un intero universo a loro piacimento.

Ed io per un attimo avrei voluto intervenire, dire: no, no, non è così, ti sbagli! E poi ho pensato che le storie per diventare parte di un patrimonio, di una comunità e di una cultura, devono sciogliersi dentro di essa, devono annientarsi e rinascere, rinnovate e riadattate, rilette, reinventate di sana pianta. Bisogna che la gente, le persone comuni (tutti, non solo i lettori) sentano il bisogno di raccontarla, proprio come quando si torna a casa dopo uno scampato incidente e non si vede l’ora di rappresentarlo in casa propria, ai propri cari: “Non immaginerai mai quello che mi è successo!”. In ogni caso Giorgio mi aveva fatto un bellissimo complimento.

I libri si pubblicano, dicevamo. E funzionano veramente bene quando spariscono, libri e autore, lasciando libero nel misterioso flusso delle fantasie dell’umanità tracce su tracce, segni intangibili, ma vivi e adatti.

Dice una vecchia canzone: “Cadranno i secoli, gli dei e le dee, cadranno torri, cadranno regni
e resteranno di uomini e di idee, polvere e segni” (F. Guccini, “Shomèr ma mi-llailah”, 1983).