Recensione di Grazia Giordani per “L’arena” di Verona

Lunedì 23 Dicembre 2019
IL LIBRO. Le «storie di sguardi sottovoce»
Il realismo magico delle Bambine di Zena Roncada
In un gioco di specchi rivivono le intense esperienze dell’infanzia.
È una scrittrice per palati raffinati Zena Roncada. Già nel 2013 ci siamo occupati del suo «Margini» (Pentagora, 2013) Nel suo fresco di stampa «LE BAMBINE- Storie di sguardi sottovoce» (Pentagora, pp.130, euro 12), ritroviamo la stessa prosa poetica con cesure che sembrano esprimere una musica interiore respiri brevi e intensi, adatti a raccontare la sua gente, la sua terra del Bassomantovano, dove il Po scorre minaccioso e affascinante.
Sospettiamo fortemente che le bambine che si rincorrono di pagina in pagina portino in sé un pezzetto d’anima della stessa autrice, spicchi di sue ansie, di sue remore, di sue faticosamente acquisite certezze. Già la veste grafica è singolare in questa silloge di racconti. Grande accuratezza visiva della scrittura dove certe consonanti si abbracciano, quasi volessero esprimere affetto a loro volta.
Ecco la bambina che non vuole crescere, inseguita da quella che si scopre grande all’improvviso. Quella che teme gli insetti e l’invasione delle formiche. Tutte le paure infantili si rincorrono o bloccano a passo sincopato sotto i nostri occhi, incantati dalla polifonia di questa scrittura cui certo avrà giovato la laurea in semiotica della Roncada.
Che fin da piccola le piacesse scrivere, lo apprendiamo dalle sue stesse parole ne «La Bambina della penna dove dice: «Bastò trovare un pezzetto di giornale, il cartoccio dei fagioli secchi, per avere le parole da copiare, sul tavolo della cucina con la luce bassa. Calligrafia.Quello le piaceva scrivere, senza sapere cosa, senza dover pensare, tornendo le lettere alla perfezione, con la stilografica che suo padre le aveva regalato e che era diventata un talismano. Di madreperla rossa con lo stantuffo pronto a succhiare tanto inchiostro e un pennino morbido che non graffiava mai. Sui fogli del calendario filava liscio come l’olio, l’inchiostro brillava per un po’, poi si asciugava piano piano».
Bella e surreale l’idea della Bambina che addomestica il buio suonandolo con le mani. Poi c’è la Bambina che inventa universi sospesi e quella che già conosce la fatica del vivere di tutti i giorni, dove nulla accade di notevole, dove le ore appaiono tutte uguali. E i limiti le costrizioni non mancano certamente.
Gli incontri sono fondamentali nella fantasia reale e nel contempo magica dell’autrice. Sfilano sotto i nostri occhi, filtrati dallo sguardo delle Bambine, incontri con la natura, le cose e le persone, con la bellezza, la vergogna, con la gioia, lo stupore, la paura, con la meraviglia, col dolore, con le partenze, gli, arrivi e i ritorni.
Sono le infinite prime volte, le esperienze nuove dell’infanzia, attraverso la mutevole lente di una reale realtà che sa sconfinare nella poesia di un realismo magico, quasi in un gioco di specchi che ingrandiscono o minimizzano a seconda di chi e di che cosa vi si riflette.
Storie apparentemente piccole, con significati immensi proiettati nell’immaginario film di un passato recente, quello che attraverso la penna della Roncada sa farsi anche un po’ nostro, incantati da una scrittura così singolare e fuori dai canoni consueti.