Recensione di Discola, di Bianca Bonavita
a cura di M. Enrico Cerrigone

Ci sono dei libri, rari a onor del vero, che hanno la capacità di scavare fra le pieghe di quello di cui non ci accorgiamo quando pensiamo e osserviamo il mondo. Si tratta di libri che non mettono in discussione questo o quell’aspetto delle cose pensate, ma si spingono talmente in profondità da mettere in discussione i presupposti stessi di un certo modo di pensare il mondo. Si tratta di libri irritanti e, per questo, fondamentali, perché mostrano l’aspetto più spiacevole di uno specifico modo di vedere il mondo: il suo limite. Il libro di Bianca Bonavita, Discola. Descolarizzare ancora la società, Pentagora,appartiene a questa categoria rara e fastidiosa di libri e, nel suo caso, costringe a fare i conti con il senso dell’apprendere e dell’insegnare in modo secco e diretto. Riattualizzando le idee avanzate da Ivan Illich nel 1971 con Descolarizzare la società, il libro si interroga senza mezzi termini sull’utilità o la disfunzionalità di quell’istituzione che noi chiamiamo ‘scuola’, e che diamo per scontato che debba essere parte fondamentale nell’educazione di ogni bambino, dalla scuola dell’infanzia in poi. L’idea del libro è quella di puntare l’indice non contro un ‘cattivo’ modo di fare scuola, contrapponendolo ad uno ‘buono’, ma di considerare la scuola ‘cattiva’ per come oggi è organizzata e pensata. La tesi regina del libro, a mio avviso, si trova a pagina 48, quando è posta una domanda che rivela un vero e proprio tabù: è proprio necessario dare per scontato che i bambini, per apprendere, abbiano bisogno di un insegnante? A partire da questa domanda si genera una sorta di effetto domino che travolge il senso di programmi, orari, interrogazioni, docimologie, note, aule, cattedre, campanelle, bidelli, ricreazioni, profitto… lasciandosi dietro solo macerie! Una cosa spaventosa da pensare. Eppure quella domanda, che appare così assurda, mette in luce un rapporto di potere fondamentale: quello fra chi detiene una presunta conoscenza e chi no. Ora, questo problema non è solo didattico o pedagogico, Bianca Bonavita lo mostra con efficacia, ma è un problema soprattutto politico (con radici ontologiche!), perché mette in discussione il ruolo di chi ha la facoltà di stabilire cosa debba essere insegnato e in che modo. Un potere enorme se ci si pensa, che arriva a gettare ombre persino sull’efficacia di metodi celebrati o emergenti quali quelli libertari, steineriani o montessoriani, per citare alcuni di quelli esaminati dal testo. Ci si trova di fronte ad un libro profanatorio, insomma, ben argomentato e ben documentato e, soprattutto, per nulla velleitario, perché la profanazione rivela che la difficoltà a mettere in discussione il ruolo della scuola, così come è strutturata oggi, è la stessa che blocca di fronte alla possibilità di pensare a delle alternative concrete alle forme di organizzazione del sistema capitalistico nel quale viviamo. Un libro ‘per tutti e per nessuno’ dunque, irritante quanto è necessario a mettere in dubbio lo stato di ciò che è, ovvero di ciò che è lo Stato. Vorrei aggiungere un’ultima cosa, è mia convinzione che il punto di forza del libro è quello che porta fuori dal libro stesso, perché il vigore delle argomentazioni di Bianca Bonavita germinano direttamente dalla sua vita, della quale, le parole che lo animano, sono un irraggiamento diretto.

Mario Enrico Cerrigone

Discola, di Bianca Bonavita (Pentagora, febbraio 2019)

Acquista il libro qui