Di Simona Ugolotti

Non amo viaggiare, infatti ho fatto un lavoro di quelli che metti radici, di quelli che troppo spesso ti senti dire che sei troppo legata, legata alla terra direi, legata alla “mia” terra. Legata alla stagione al raglio della mattina, al canto del gallo e della gallina, un canto sicuro, costante che annuncia vita, la vita che ogni giorno va concimata, nutrita, dalla terra per la terra.

Una volta mi chiesero cosa coltivo e io risposi amicizie…

Ma non ho da andare da nessuna parte, le mie ferie sono semplicemente rallentare il ritorno a casa per chiaccherare, per coltivare le mie amicizie.

L’ultimo, sulla strada del ritorno, era il padre di Roberto, ormai tanto vicino a casa che potevi sentire il richiamo degli animali, e quando dicevo: “dai, lasciami andare” mi rispondeva: “dai, intanto sono l’ultima casa”.

E comunque per le volte che mi sono allontanata troppo, mi lecco ancora le ferite.

Non amo viaggiare ma mi piacciono i racconti dei viaggi, mi piacciono le storie degli stranieri, mi piace coltivare amicizie con quelli “strani”, mi piace sfregarmi gli occhi fino ad avere allucinazioni di luci e colori un economico viaggio psichedelico nel corpo.

Però pensandoci bene, con tutte le volte che ho fatto avanti e indietro dalla Valbrevenna a Genova, non è che di km non ne abbia fatti, credo di aver contribuito notevolmente alla quota mondiale di inquinamento tranne le volte che ho preso, con le mie uova, il trenino di Casella.

Anche i chilometri fatti a piedi con Pegaso non son pochi, si a Pegaso (il mio asinello da lavoro) gli piaceva di viaggiare, scappava per asinelle, ed un giorno è pure volato via, stavamo molto insieme ma avevamo decisamente due visioni differenti della vita, a lui piaceva andare, ed anche anche volare, bè in effetti con il nome che portava!

La prima volta che ho preso l’aereo avevo già i capelli bianchi, ho giurato che non ci sarei mai più salita, ma ormai avevo pagato il viaggio di ritorno e sai… son Genovese.

Poi ho rovesciato la mia vita, da contadina a Cantadina a tutti gli effetti e il viaggio da treni, da Flixbus è entrato nei programmi, ma non mi ha convinto, non mi ha dato nulla di più di quello che sento e vivo qua.

Anzi, il viaggio mi obbliga rimandare od addirittura a rinunciare a tante cose importanti che ho da fare qua.

Il mare è mare, anzi quando è girato dall’altra parte è pure un disagio, perdo l’orientamento. Una chiesa è una chiesa, è sempre vecchia, si respira sempre questa puzza di umido, incenso, questa pesantezza della “fede”. Il massimo del divertimento che ho avuto è stato guardare se trovavo differenza nella inclinazione della testa di Gesù, e da questo intuire se gli abitanti del luogo fossero più o meno schiavi o più o meno tristi, e poi passare il tempo a trovare conferma dei dati raccolti in chiesa osservandoli in strada. Viaggiando di tempo ne hai troppo, e non lo voglio sprecare.

E poi, coltivare amicizie inutili, di persone che non incontrerai mai più, vabè chiaccherare è sempre chiaccherare è l’unica cosa che non mi è dispiaciuta dei miei viaggi, mi è piaciuta la brutta periferia con le persone migliori, mi è piaciuto Fabio, mi è piaciuto il prosciutto, il pane, i Taralucci, ma senza vino, rincontrare l’amica Alessia e finalmente conoscere le sue figlie, vedere gli uccelli più strani, e scoprire casualmente le case di poeti conosciuti a scuola, scoprire che al sud ci sono delle vie dedicate alle donne, anche senza essere Sante…strano. Pensare che invece la “forza della fede”, quella cosa frizzante e potente che si sente nell’aria, l’ho sentita nella chiesa in piazza Banchi a Genova con la comunità Cingalese nella messa di Natale, non che io abbia fede, ma ne riconosco l’elevato sentimento.

Tornare a casa per me è sempre stata una gioia, finalmente riprendere il “tan tran” di un Lunedì che adoro, riprendere la mia postazione fissa da cui faccio girare il mondo, cercare e confermare che anche in città c’è tanta magia, basta rallentare, alzare la testa e tenere le orecchie e le antenne sempre alzate. Qui mi fermo a guardare ed ascolto, mi serve per la sopravvivenza, la comunità mi riconosce.

Cantare mischiando le voci, con persone tanto vicine e conosciute da vibrare risonanze rare, che solo i fratelli hanno, mai abbandonare i fratelli anche per un breve viaggio!

Essere certa che il Codirosso mi è venuto a salutare dalla mia montagna e che la Gazza vuole qualcosa da me. Scoprire che una contadina Umbra, scrive e racconta del suo viaggio a Genova, e scrive di avermi incontrata, e racconta delle chiacchere e risate che ci siamo fatte in corriera sulla corriera per Torriglia.

Confermo: Chiaccherare e sfregarsi gli occhi il più bel viaggio che c’è!

Simona è un’artista di strada, cantautrice e illustratrice. Ha colorato il libro di Gianni Priano, Lo straDiario genovese, con i suoi fantastici disegni.