Complice la stagione invernale e i suoi malanni, ancor più complice la pandemia, gli spazi pubblicitari più o meno espliciti sono quasi saturi di messaggi riguardanti due generi di medicamenti: quelli curativi di tipo erboristico e quelli per integrare la dieta, di tipo chimico.

Il mercato dei farmaci non propriamente farmaci è in piena espansione: proprio su queste classi di prodotti l’industria farmaceutica concentra i suoi sforzi produttivi. Si tratta evidentemente di sostanze relativamente semplici da produrre, che non hanno rischi di utilizzo, con ingredienti facili da reperire, che possono essere vendute a prezzi esorbitanti.

Date le premesse mi piacerebbe fare un paio di considerazioni che qui pongo, a disposizione di chi vuole contestarle.

1) L’erboristeria può avere virtù terapeutiche. I principi attivi sono effettivamente in numerosi vegetali e il loro impiego è disciplinato da una serie di convenzioni basate sull’esperienza e l’osservazione. Che poi la presenza di questi principi sia variabile per zona, esposizione o annata, è un’altra questione. Ma ricordo che la differenza di pochi milligrammi di un principio attivo è significativa. Da qui l’incertezza che la somministrazione di un preparato erboristico può rappresentare.

L’unico modo in cui l’erboristeria può essere efficace è calzare un paio di scarpe adatte, bastone, sacchetto di stoffa e andare per boschi e pascoli in compagnia di uno esperto, farsi raccontare il come e il dove, farsi dire come conservare e consumare l’erba spontanea. Certamente è più efficace che sorbire intrugli da produzione industriale ‘arricchiti’ con echinacea o passiflora.

C’è una vaga percezione, direi un equivoco, per cui si tende a pensare che la natura sia buona e l’uomo malvagio. Insomma, quel che viene dalla natura fa bene. Quel che viene dall’uomo no (compresi i vaccini).
Ma la natura non è buona o cattiva. Il creato non è fatto per noi: siamo piuttosto il risultato di un adattamento alla natura, niente affatto disposta ad accoglierci, a sostenerci, a curarci. Siamo seduti su generazioni e generazioni di esseri viventi sacrificati per migliorare un risultato non definitivo e passibile in breve tempo di estinzione (o di evoluzione). Tutto senza che la natura ne soffra o se ne senta in colpa. Verrà qualcuno, dopo di noi. Non sappiamo quando, come, per quali percorsi. Ma verrà.
No, alla natura, di noi (né madre, né matrigna) non importa nulla, più o meno quanto gli importi delle milioni di larve generate solo per alimentare altri animali, tanto per fare un esempio.

Dunque il ‘prodotto naturale’ (ossimoro, come ha osservato bene Angelini) non è migliore solo perché naturale. Non è lì per curarci, predisposto per la nostra salvezza. Non ha valenza morale: non è buono o cattivo. Il principio attivo è una sostanza chimica, una lunga (o corta) complicata catena di atomi legati ad altri atomi, che solo grazie alla chimica studiata dall’uomo ha una sua identità, su cui possiamo costruire teorie di farmacocinetica.

2) gli integratori alimentari, i fermenti lattici, non servono a nulla. Lo dice una qualche autorità di cui non ricordo le coordinate (questo articolo ha un tono colloquiale, non richiedetemi una bibliografia, fidatevi) per cui un’alimentazione completa e uno stato di salute poco più che mediocre sono sufficienti a procurarci dal cibo quotidiano (vario) tutto quello che ci serve.

Eppure no, non ci basta. Siamo stanchi, ma non possiamo riposare, possiamo però prendere un multivitaminico con acido postrafonico e lampedulina, che notoriamente ridà forza.

Siamo tristi, non possiamo confidarci con un amico, piangere, sagrinarci. Dobbiamo prendere il multivitaminico con l’acido melistrofico e crostafoglina per il tono dell’umore.

Non possiamo dormire? Prendiamo alcune pasticche di melatonina e brucomela.

Abbiamo paura del virus? Ingolliamo il sale di cromponel, che innalza NATURALMENTE le difese immunitarie. Mi raccomando: naturalmente.

Naturalmente si tratta di prodotti chimici, ma di provenienza naturale, sintetizzati dal nostro stesso corpo, insomma: roba che produciamo noi stessi, solo confezionata da una ditta specializzata. Che uno potrebbe arrivarci da sé: ma se la melatonina me la produco da solo, perché devo comprarla? E questa che è dentro il barattolo, dall’epifisi di chi proviene?
Nessuno (quasi) che dica: se non sei adatto per la vita che fai, devi cambiare vita, non cambiare te stesso. E invece ci impasticchiamo per cambiare, per diventare più ‘performanti’ (ma chi l’ha inventata questa parola orribile?).

La morale è che qualcosa devi pur prendere, manco fossi al bar. Cosa prendi? Un paracetamolo, grazie. Magari macchiato e con zucchero di canna, che pare faccia bene al velopendulo, o all’ipotalamo, non so.

Quand’ero bambino si pubblicizzavano in tv le caramelle Zigulì, dolci al sapor di frutta, contenute in un blister proprio identico a quello delle medicine. Qualcuno s’era scandalizzato perché trovava disdicevole abituare i fanciulli alla consuetudine con pastiglie medicinali, ma la maggior parte delle persone non percepirono il rischio. Per mezzo di quelle caramelle (e non solo) ci siamo abituati ad avere un rapporto sempre più confidenziale con le sostanze che dovrebbero curarci, siano essere erbe, sali o veri farmaci. Inoltre la figura ieratica dell’antico farmacista (una specie di alchimista rammodernato, serio e misterioso nella sua aura di scienza) è sostituita da farmacie sempre più luminose, colorate e accoglienti (uniche botteghe rimaste perennemente piene di clienti) e dalla nascita delle misteriose (per me) ‘parafarmacie’, dove si vendono (se l’etimo non m’inganna) prodotti vicini ai farmaci, che evidentemente non lo sono. Come dire che le panetterie si potrebbero chiamare parasalumerie, ma non so se è giusto.

E già che siete arrivati a leggere fino a qui: Auguri a tutti!