Le storie ormai le abbiamo raccontate tutte. Forse saranno cinquemila anni che l’uomo inventa o decora le vicende che gli sono capitate. Amore, guerra, morte, malattia, separazioni, vendette, delitti, furti e rapine, esplorazioni, fughe, avvelenamenti, percorsi interiori, ascesi, analisi, introspezioni, speculazioni, coltivazioni… Tutto, tutto già raccontato.

La stessa fiaba di cappuccetto rosso, pare abbia perlomeno 700 anni. E dunque? E da quanto tempo Omero racconta la sua storia e con la stessa storia continua ad affascinarci?

No, davvero, non c’è più niente di nuovo da raccontare.

Non ci restano altro che i grandi classici, quelli che hanno la forza e la capacità di rappresentare l’umanità in tutte le sue forme, versioni, sfumature, pulsioni e desideri. Bisogna leggere Dostoevskij, Camus, Manzoni, Balzac, Gogol, Kafka, Dumas, Tolstoj, Conrad, London e Meliville.

Cioè: bisognava. Decine di anni fa occorreva procurarsi il libro. E dato che il prezzo non era troppo accessibile bisognava trovarlo usato, farselo prestare, prenderlo in biblioteca. Sia per motivi di erudizione personale o per debito scolastico, arrivare al testo voleva dire architettare una certa macchinazione, metterlo in preventivo in mezzo ad altre spese più materiali (e talvolta ancora più indispensabili). Mio suocero, ad esempio, li comprava nell’edizione “da tagliare”, ovvero con le pagine ancora da separare.

Oggi non ci si pone neppure la questione: anche i classici immortali sono usciti in edizione economica, riassunta, illustrata, commentata, in lingua con il testo a fronte, in dispense, e infine anche come audiolibro, da ascoltarsi in cuffietta quando si viaggia o si cammina, di modo che l’estraneazione dal mondo sia quasi completa.

Si trovano i libri elettronici, quelli da scaricare dal web; ci sono quelli nei vari formati di lettura, da leggere anche sul PC. Ci sono, infine, migliaia di pagine web in cui si fa il sunto, la lettura critica, la storia del testo, il contesto, lo svisceramento totale di tutte le opere scritte dall’uomo. Non devo più leggere le vicende dei fratelli Karamazov, mi basta cercarli su google, affidandomi al sito di più facile comprensione.

In Italia, nel 2016, sono stati prodotti 61.000 titoli per complessive 129 milioni di copie di libri. Avremmo a disposizione due libri a testa all’anno, anche i lattanti, gli infermi e i non vedenti. Tralascio volontariamente di parlare delle statistiche sugli effettivi lettori.

In verità, l libri sono diventati commodities (magari non proprio, ma è come se lo fossero). Valgono in quanto oggetto mercantile, non più per il messaggio, l’idea, la storia, l’emozione che recano. Si possono stampare e distribuire solo per tenere un posto in una vetrina, e dopo poco ridurli al macero. Si possono pubblicizzare e presentare in tv tanto da farli diventare un must per chi ama parlare delle sue letture.

I libri sono diventati merce moderna, con la scadenza, da comprare, consumare, dimenticare e gettare via (non è detto che si debbano leggere).

Possiamo fare qualcosa? Sì: smettere di fare libri. Azzerare tutto. Fare tornare la voglia e la curiosità per un oggetto un tempo difficile da trovare, e oggi così volgarmente diffuso e perfuso, in omaggio e in allegato.

Oppure, più ragionevolmente, cercare case editrici che producano pochi, buoni libri, scelti con cura, impaginati e rivisti meticolosamente, distribuiti con la consapevolezza che ogni titolo è lavoro umano fisico e intellettuale, che ognuno del gruppo di lavoro della casa editrice ha fatto del suo meglio per fare quell’oggetto, che non è solo un prodotto, ma un incontro di conoscenze, competenze, desideri, storie ed emozioni.

Torniamo al principio: servono i libri, oggi? Poniamo la domanda in modo diverso: serve l’alpinismo oggi, visto che ci sono gli elicotteri? Visto che ci sono i documentari in alta definizione? Di più, vien da chiedersi: serve arrivare alla cima, o quel che serve è SALIRE fino alla cima?