La tentazione più forte del demiurgo, cioè di colui che scrive di narrativa, è di salire in cattedra e partendo dalla propria opera, evincere con sicumera delle leggi universali buone per descrivere l’umanità.

Anche solo l’atto di parlare dal pulpito (o cattedra che sia) rende il demiurgo antipatico, e non è un bell’inizio. Si potrà pure essere creatore di universi, ma il lettore sta fuori dall’universo creato, osserva, da spettatore, ha pagato il biglietto (rivolge attenzione all’opera, questo è il biglietto, non i soldi) e vuole divertirsi.

Fare filosofia con la letteratura è appannaggio di grandi autori morti e sepolti, veri monumenti intoccabili, citati dai più squisiti filosofi nostri contemporanei come fonte d’ispirazione. Quelle parole riecheggiano ancora oggi nella psichiatria, nella psicanalisi, nelle scienze sociali in genere, nella giurisprudenza.

Per capirci, parlo e penso ai russi, ai cechi, agli ebrei europei e americani, ai pochi italiani (più propensi al bel canto che alla letteratura), qualche anglosassone o francofono.

Amici demiurghi, cari colleghi, rassegnamoci: in comune con i grandi abbiamo solo l’appartenenza alla specie Homo, e poco altro. Nulla a che spartire nella letteratura.

E dunque, la conclusione è che l’autore, per quanto sappia di essere un maestro di vita, si trattenga il più possibile dal fare il filosofo, auspicando che il lettore sia abbastanza adulto e responsabile da evincere da sé quelle leggi, quelle visioni che lo scrittore avrebbe voluto suggerire, anche perché pur volendo reprimere, qualcosa scappa lo stesso. E poi, diciamocelo tra noi che qui non ci legge nessuno: il gusto di fare e disfare un universo è proprio quello di praticare la vendetta senza il minimo senso di colpa. Anzi: di sconvolgere e riscrivere il senso della parola ‘vendetta’, ‘colpa’, ‘giustizia’, ‘male e bene’, ‘dannazione’ , tanto per dire di un paio di bagatelle.