Quando ero bambino facevo finta.

Ad esempio facevo che ero il guerriero con la spada, dove la spada era un pezzo di legno. Oppure facevo l’astronauta, per mezzo di un oblò di lavatrice incastrato nelle fessure di una vecchia baracca. Facevo anche il chitarrista con la racchetta da tennis di mio fratello (che non se n’è mai accorto).

‘Facciamo che’ era il gioco più diffuso (dopo il detestato calcio da cortile) tra noi maramaglia decenne.

Era una sorta di interpretazione, di happening teatrale, dove ognuno recitava con assoluta convinzione una parte che non era la sua. Non era poi facile: occorreva apprendere e mettere in pratica atteggiamenti, espressioni, modi di dire caratteristici di un personaggio, un’epoca, un contesto.

Fonte privilegiata era la televisione, che ci proponeva ogni sera film di indianiecauboi, sommergibilisti, esploratori. Oppure servizi giornalistici riguardanti astronauti (di gran moda, nei Settanta), campioni di vari sport. Noi decenni, la sera, ci dissetavamo a quella fonte e il giorno dopo, nel pomeriggio, ci si ritrovava per esplorare, correre in F1, sparare o essere sparati dai comanci, siucs, o Zorro che fosse.

Poi si cresce, inesorabilmente. E ci si vergogna di imitare in modo così plateale e chiassoso. Si imita sempre: anziché per divertimento, lo si fa per essere accettati dal gruppo. Ti vesti, parli e ti atteggi in modo di essere all’altezza di altri scriteriati come te che si vestono, parlano e si atteggiano per essere accettati ANCHE da te. Un corto circuito insomma. Ma l’adolescenza è questa: un enorme cortocircuito dal quale ognuno esce come può.

Poi si dovrebbe diventare adulti. Il processo attraversa varie fasi in cui ci si vergogna di imitare solo per essere accettati. Si va a periodi: anticonformisti, rivoluzionari, dubbiosi, esistenzialisti, rejetti, conformisti, integrati.

Infine si approda ad una apparente quiete. Si pensa a fare economia: economia d’aria, di soldi, di salute, di amici. Ci si comporta bene, si lavora bene, per sè o per gli altri. Non interpretiamo più una parte: siamo (magari inappagati) ma calmi e consapevoli.

Tutto il pippotto precedente per dire che nell’editoria mi par di scorgere una quantità di persone che hanno rinunciato a crescere. A guardare bene molti degli autori che ci sottopongono un testo per la pubblicazione (badate bene: qui parlo degli autori, non delle loro opere) sono ancora adolescenti. Nelle note biografiche che chiediamo di allegare, l’esordiente talvolta si definisce scrittore, o poeta, o esegeta avendo all’attivo ben due o tre libri autopubblicati. Si nomina laureato, citato, compreso in questa e quest’altra antologia. Si forniscono anche alcune foto in posa da intellettuale* e alcuni link a filmati in cui l’esordiente mette in mostra quello che ha imparato di Camus, di  Dostoevski. Non una parola sulla sua scrittura, su quel che vorrebbe o vuole scrivere, sulle esperienze che lo hanno arricchito, su quel che si aspetta da una casa editrice, e sul perché quel che scrive meriti la pubblicazione proprio presso QUELLA casa editrice.

Questo genere di autori mi ha sempre fatto pensare a quello che ero io quando avevo 10 anni: preadolescenti confusi, abili nell’imitazione, nell’atteggiamento, nella postura.

Mi scappa di dare un consiglio, come se ne avessi titolo. Agli autori esordienti consiglio: leggete molto e scrivete molto, senza affezionarsi alle vostre parole scritte. Trovatevi un corrispondente con cui scambiarvi frequenti mail e date passione e profondità alle vostre parole. Iniziate cento romanzi, gettate via senza rimpianto quelli che non stanno in piedi da soli. Soprattutto non vi atteggiate a scrittori: si vede subito. Lasciate che siano gli altri a definirvi. Lo so che non fa questa impressione, ma scrivere è un lavoro faticoso e di poca soddisfazione, come il gregario in bici: uno che pedala senza alzare la testa dal manubrio per guardare dove è il traguardo.

 

* La posa da intellettuale prevede: sguardo truce, mano appoggiata svogliatamente al mento o alla guancia, sfondo di libreria disordinata, gatto e pupi siciliani appesi.