Ancora immobile, con i piedi nella neve e il capo chino, per un istante vide sfilare in un girotondo tutti i comandamenti e le proprie colpe; vide Nero e tutti i neri, sfiorati, immaginati, sognati, passati e futuri, quelli irrinunciabili che non s’illudeva sarebbero spariti dalla nicchia del suo cuore; e in quella nicchia riconobbe la sua stessa solitudine, ora che poteva guardarli tutti, e per bene, dentro gli occhi. Vide una cordata di uomini e donne saliti al cielo, vide i suoi nonni come se fossero fermi sull’uscio, calmi come sempre con paste dolci tra le mani e bastoni e scialli. Vide suo padre fermarsi e fermarla, all’ultimo uguale a se stesso nel proteggerla dalla morte, con quel suo ci vediamo dopodomani, grazie delle clementine, e dietro di lui la mamma in silenzio. Vide la giostra delle fiabe inventate da lei e i suoi figli in ascolto e dietro di loro, sempre, Pietro composto e timido. Infine vide, come in una parata gattara d’estate a chiudere il cerchio, i loro animali, uno dopo l’altro, tutti coda e baffi ad abitar la luna, perché è là che vanno quando ci lasciano. Giravano e rigiravano come girandole colorate o come i mulinelli di legno, di cui era pieno il paese dove viveva. Tutti giravano, scomparendo in un unico baluginante mancamento.

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