… quando sa raccontare la realtà meglio della realtà e, così facendo, toglie il velo che, per nasconderla o proteggerla, la ricopre o la mistifica.

La redazione di Pentàgora in questo momento è composta da cinque persone, cinque sensibilità, cinque modi di pensare il gesto della scrittura e ciò che se ne produce non sempre allineati, ma neppure distanti, anzi vicini quel tento che occorre per arrivare a esprimere giudizi spesso concordi.
Diciamo che approviamo ciò che (per noi) è (sentito come) bello e, all’interno di questo orizzonte, ciò che ci innamora, anche se non con intensità unanime.
Posso parlare apertamente di me (20 % della redazione) e dire che
certamente non mi innamora il puro intrattenimento, l’esercizio di stile, la narrativa costruita a tavolino, prova di bravura, volo di fantasia orientato all’evasione, alla distrazione, la narrazione di chi in buona sostanza vuole narrare il proprio desiderio di narrare ma del quale non sento che abbia molto di più da dire. Mi attira invece quella narrativa che non distrae dalla realtà e dal quotidiano ma va nel profondo delle relazioni (con il sé, la comunità, il dintorno del mondo), incontra la complessità, racconta in modo esemplare ciò che in modo altrettanto esemplare e distinto la vita non sempre ci presenta, quella che, pur nella finzione, sa essere più reale della realtà.
E a chi mi chiede “cosa non ti è piaciuto”, un tempo – da insegnante volenteroso come non sono più – provavo a spiegarlo, anche se qualunque spiegazione non restituiva quella ragione complessa, organica, superiore alla somma delle sue parti, per la quale sappiamo con chiarezza quando qualcosa o qualcuno o qualdove ci piace oppure non ci piace abbastanza o per nulla; oggi – al netto di poche eccezioni prive di una regola – non provo più e mi fermo a dire che non mi è piaciuto (il che non significa affatto che mi sia dispiaciuto!), mi fermo a un “grazie, questa volta no”.

[fotografia di Sheila Bernard]