Dal dì che nozze e tribunali ed are / dier alle umane belve esser pietose / di sé stesse e d’altrui iniziò la civiltà.

Ho riaperto i Sepolcri in questi giorni e mi sono resa conto nuovamente di come le parole di Foscolo siano tornate attuali.

La prima volta è stata leggendo un libro di Cristina Cattaneo, medico legale che da anni si occupa di restituire un nome alle vittime del Mediterraneo. È un lavoro dignitoso quello di identificare i morti; lo è anche per i vivi, che hanno bisogno di una tomba su cui piangere. Anche se spesso i parenti dei migranti su quella tomba non possono recarsi, tuttavia la sua esistenza mantiene il ricordo di chi è vissuto, dove un passeggier solingo oda il sospiro / che dal tumulo a noi manda Natura.

Fino a poche settimane fa questo non era un nostro problema, non erano i nostri morti; ma ora le parole di Foscolo coinvolgono anche noi, e la differenza tra i morti si assottiglia… poi scompare.

All’improvviso le nostre abitudini e le nostre vite sono state travolte e insieme ad esse anche la morte: in terapia intensiva i malati muoiono soli; e chissà quanto tempo dovrà passare perché possano ricevere il degno saluto di un rito funebre. Viene in mente questo vedendo la processione dei mezzi militari che dall’ospedale di Bergamo portano via le bare, dirette ai forni crematori senza che defunti e parenti possano decidere diversamente; o vedendo le fosse comuni dove negli Stati Uniti sono riposti i corpi dei senzatetto.

Non sono qualcosa di simbolico una tomba e un funerale; sono il luogo d’incontro tra l’estinto e i superstiti. Sono il luogo della corrispondenza d’amorosi sensi. Oggi tutti i morti ne sono privati, perché i cimiteri sono chiusi. Anche i vivi vengono privati di qualcosa: portare un fiore, lucidare una lapide, prendersi cura del ricordo di chi non c’è più non è solo conforto. È qualcosa di più nobile, qualcosa che abbiamo imparato a conoscere a scuola, studiando l’epica, ma forse solo oggi capiamo davvero cosa significhi. È il gesto della pietas, il gesto che da millenni ci rende umani.