Da sette anni coltivo Pentàgora, quasi otto: in alcuni periodi sono giunte due proposte la settimana, persino tre, e quante in questi anni ne siano arrivate e siano state respinte io non saprei più dire. Tante le proposte ingenue, alcune decisamente imbarazzanti. Autori agli esordi che si autodefiniscono già scrittori (bontà loro); tra questi, alcuni che dichiarano il libro intoccabile e faticano ad accettare il confronto con l’editore (chi si pone così non merita un editore, ma di autopubblicarsi); altri – la maggior parte – che sostengono di avere letto le norme redazionali, le indicazioni necessarie perché il testo sia accolto in lettura, e poi le disattendono, così dichiarando implicitamente di non comprendere quello che leggono (e quello che scrivono? mi domando ogni volta); poi c’è chi crede che si possa scrivere senza avere confidenza con la lettura, quasi per magia, per il soffio di uno spirito letterario (la ricordo con imbarazzo quella persona che, dopo avere proposto un romanzo, alla mia domanda ‘lei cosa ama leggere?’ mi ha risposto ‘purtroppo non ho tempo per leggere’, e un’altra che – non c’è limite al peggio – ha chiosato candidamente: ‘a me non piace leggere… mi annoia’).

Potrei andare avanti con decine di esempi deludenti o divertenti… ora, passando a un amichevole e informale tu, preferisco avanzare qualche suggerimento, a partire dalla lettera con la quale vorrai presentarti (la prima valutazione si fa qui!):

  1. Ma, prima di ogni altro passaggio, hai pensato bene se davvero è il caso di pubblicare il tuo testo? cosa ha di necessario? cosa ha di importante per gli altri? e se importante lo fosse solo per te, magari – scusami, però pensaci onestamente – come espressione di autoterapia, autonarrazione, autocompiacimento, sfogo, esibizione, esercitazione…?

E ora la lettera:

  1. scrivila pulita, semplice, corretta;
  2. non cercare di renderti simpatico; evita la ricerca di benevolenza, l’incensazione della casa editrice;
  3. non autoelogiare né autovalutare il tuo lavoro (così non influenzi favorevolmente il giudizio – anzi, indisponi chi è chiamato a dartelo);
  4. scrivi il necessario, nulla di più, e scrivilo in prima persona (i “sottoscritti” sono respinti in partenza);
  5. evita di rivolgerti con un dott., prof., geom.; evita anche i predicati d’onore se puoi (odorano di insincerità o di insicurezza): Egregio Editore (come se gli editori formassero un gregge), Gentilissimo Editore (io sono tutt’altro che gentilissimo), una volta è arrivato un “Luminoso Direttore” e subito sono corso a vedere la firma (non era Ugo Fantozzi);
  6. evita anche le forme bislacche: “pace e amore su di te”, “la fortuna le sia amica” (esempi reali!)… non depongono a tuo favore;
  7. non scrivere (proprio non lo scrivere) che il tuo testo ‘è perfetto’ per Pentàgora, tanto più non lo fare se poi invii un romanzo intimistico o di sapore fantastico, ignorando con leggerezza che – lo scriviamo sul blog – la nostra narrativa è prevalentemente orientata al realismo quotidiano e corale;
  8. non inviare una finta lettera personale quando in realtà è una circolare diretta a 30 editori: lo si capisce subito;
  9. che la sinossi non sia un riassunto, ma una breve (breve) descrizione del libro: di cosa parla, quali sono le sue caratteristiche particolari di forma e contenuto: questo è sufficiente;
  10. cerca di conoscere la casa editrice cui ti rivolgi: visita il suo sito con attenzione, consulta il suo catalogo (devi essere certo che sia la casa editrice giusta per il tuo testo, senza forzature, senza raccontarti favole);
  11. non inviare un testo impaginato, magari con tanto di copertina, a meno che tu non stia cercando un editore a pagamento (allora non siamo noi);
  12. non ti rivolgere a noi se non sei certo che la stessa proposta la invieresti a Einaudi, Guanda, Marsilio e Sellerio (perché, anche se siamo piccoli, non siamo la seconda scelta di nessuno);
  13. cura per bene tutto il testo, ma poni un’attenzione particolare all’incipit e alle prime pagine: dalle prime 10 si capisce come scrivi e se si vuole continuare la lettura;
  14. non ci avvertire che il tuo testo è protetto dalla Siae (potremmo sentirci trattati come ladri o plagiari e offenderci prima di arrivare in fondo alla lettera);
  15. non ci chiedere di cambiare formato, impaginazione, carattere o stile (dimostreresti di non conoscerci o, peggio, di non sapere stare al tuo posto);
  16. ricorda che, a volte, un rifiuto accolto con stile può diventare l‘inizio di un dialogo e – come sanno alcuni nostri autori – portare lontano.

Per commiato, ancora due osservazioni: ti incoraggerei a farne buon uso:

  1. pubblicare un libro, pubblicarlo su carta, non è l’unico modo per farsi leggere e conoscere (e neppure il modo più efficace – internet insegna); non sottovalutiamolo che in Italia si pubblicano circa 70.000 libri l’anno e tante, troppe volte non è letteratura, ma solo carta stampata;
  2. per comporre un libro bisogna scrivere bene – davvero non basta saper scrivere (cosa che a scuola dovrebbero imparare tutti) – e scrivere bene è arte e mestiere: un libro scritto senza arte e mestiere è indizio di mediocrità, e qualche volta anche di narcisismo (e chi lo pubblica, mea culpa, non è da meno).

Con attenzione e sincerità.