Pentàgora si occupa prevalentemente (ma non esclusivamente) dei temi legati al mondo contadino, alla ruralità, alla cultura popolare e alla spiritualità. Fino a poco tempo fa si pensava che il mondo della lettura in genere fosse quasi appannaggio delle élite. Contadini ignoranti, artigiani grezzi, borghesi troppo affannati a fare affari per perder tempo con i romanzi. Dunque la lettura (ancor più la scrittura) erano affare da preti, dotti, scritturali e innamorati.

Intanto anche solo a pensarci bene, tutti amano le storie. I libri sono un mezzo, un supporto. Chi non aveva libri si accontentava di avere le storie. E a raccontarle in proprio, le storie, vien fuori la grande soddisfazione che si può avere nel modificarle, mescolarle, correggerle ad uso specifico della platea.

Certo, i libri costavano cari. Anche fossero costati dieci centesimi, per chi non aveva soldi, sarebbe stato un prezzo esoso, salato, talvolta irraggiungibile. Eppure alcuni libri circolavano anche nelle nostre campagne. Qualche tempo fa ho condotto una piccola ricerca personale: “Quali libri leggevate?” ho chiesto a mia nonna. E lei, lanciando gli occhi in alto, aveva cominciato a numerare tenendosi le dita della man destra, con gesto bambino, per cui rivedevo in lei l’atteggiamento di una piccina intenta a dar spiegazioni e pure un poco contar balle.

“Dunque, prima di tutto il Bertoldo. Quello ce l’avevano quasi tutti. Poi c’erano i Reali di Francia e Fioravante, c’era Pinocchio. E poi un libro di canzoni, e quello delle cure con le erbe, ma quello non si leggeva in veglia. C’era anche la vita di Santa Rita, o di Santa Caterina d’Alessandria. Che piaceva più di tutti era Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno”.

Soffermiamoci su quest’ultimo: il libro in questione, nella sua prima edizione, è dovuto alla penna di Giulio Cesare Croce (1550 ― 1609) di mestiere fabbro, per passione cantastorie e suonatore di violino. In estrema sintesi, si tratta delle avventure di un rozzo contadino presso la corte di un immaginario re Alboino. Sono episodi diversi, in cui viene in evidenza quanto furbi siano i contadini e quanto rammolliti e ottusi siano i cortigiani. Ho provato a rileggerlo in tempi neanche troppo recenti, ma ne ho provato un sincero imbarazzo. La raffigurazione forzata, pittoresca, del buon contadino scaltro, ridotto a far vita misera, ma onesta e contento della sua condizione, mi ha presto dato fastidio.

Alla presenza del re e dell’intera corte, Bertoldo desta ribrezzo, schifo quasi: è orrendamente brutto, ma brutto per costituzione, quasi geneticamente, atavicamente brutto. Brutta è Marcolfa, sua moglie, brutti sono i figli, la casa che abita, gli animali che ha, la vita che fa. Eppure è felice e furbissimo. Non perde occasione per ribaltare ogni brutta occasione in suo favore. Guadagna presto confidenza con il re, facendolo bonariamente sorridere con i suoi trucchi e le varie astuzie. Obbligato a frequentare la corte e ad alimentarsi di pietanze sopraffine, gli toccherà morire lontano dalla sua terra e dalle sue amate: “Rape e fagioli”. In ogni pagina non si fa che decantare la salubrità, l’onestà e l’intelligenza di tutto il mondo rurale, in contrasto con quello degli aristocratici, raffinati, malaticci, ottusi, costumati a vivere nel tranello, nell’ozio e nei vizi. Tutto in Bertoldo sembra dire ai contadini: “State allegri di quello che avete! Non tentate di cambiare la vostra condizione: vi sembra misera, ma quelli che vi paiono signori stanno addirittura più male di voi!”.

Il successo di quest’opera nel tempo è dovuto probabilmente alla comicità crassa e semplice, alla rivalsa dei poveri verso i ricchi, ai temi sempre attuali dell’incontro/scontro tra le classi sociali. Ma la diffusione è dovuta probabilmente a chi ha deciso di stampare copiosamente questa vicenda, tanto da ritrovarla un po’ dappertutto nelle nostre campagne, perché deve averlo ritenuto un testo virtuoso, educativo. C’è infatti un messaggio chiaro e ribadito, indirizzato proprio al misero contadino, il quale sa d’esser brutto e sporco: non tentare di cambiare! Ogni cambiamento peggiorerebbe la tua fortunata situazione. I ricchi non sono felici, non solo: la vera felicità e saggezza stanno nella vita dei campi, nella tua semplice miseria.

In questo senso il Bertoldo è un ottimo antidoto ad ogni velleità di revisione dei rapporti sociali. Sembra dire ad ogni pagina: “Perché vuoi cambiare? Non sai quanto stai bene e rischi di perdere tutto!”. Vale la pena citare il glorioso finale della prima parte, nientemeno che il testamento di Bertoldo, in cui dice:

E sopra il tutto ch’ei si contenti del suo stato, né brami di più, e consideri che molte volte l’agnello va innanzi la pecora, cioè che la morte ha la balestra in mano per tirare tanto a’ giovani quanto a’ vecchi; che se pensarà a tutte queste cose, non inciamperà mai in cosa che gli possa dar danno, e farà felice ed ottimo fine.

È tanto entrato nel nostro immaginario, nella nostra cultura, che ancora oggi viviamo in parte di quella retorica figura, del buon villano brutto e sporco, ma scaltro e onesto. Furbo e instancabile, rustico e sano. In antagonismo ad un’altra retorica, quella che vorrebbe il cittadino pulito e dedito a lavori poco faticosi, malaticcio, abituato allo smog e al traffico, inetto alla terra e ai boschi.

I contadini non sono più così, sempre ammesso che lo siano mai stati. Sono stati sicuramente maltrattati da ogni potere di ogni colore politico o finanziario, basti pensare a Furore di Steinbeck, alla tragedia del regime stalinista in Ucraina, ai contadini abruzzesi (e non solo) deportati nelle miniere di Belgio del dopoguerra dell’Italia democratica.

I contadini hanno bisogno di essere raccontati, finalmente senza retorica. Se lo meritano. E devono avere il diritto di costruirsi un’esistenza che sia degna della condizione che vivono, e che sia possibile anche cambiare vita, mestiere, destino.

Quando mio padre, ventenne, disse a suo padre che avrebbe voluto studiare e lavorare in fabbrica, o in ferrovia, l’anziano gli rispose: “Chi ha la zappa non vada alla corte”, mutuando proprio dal testo di Croce. Fortunatamente mio padre studiò, grazie al parroco dei Porri di Dego. Con la licenza elementare si trovò un lavoro degno, e un sostegno adeguato alla sua famiglia. Senza peraltro dimenticare la sua terra, i suoi boschi e il suo paese.