Abito a Camogli, un bellissimo borgo ligure.

Eppure anche qui, sulla collina che guarda il mare proprio sopra il centro storico, le strade che tagliano la campagna sono interessate da frequentissimi lavori di natura edile. Lo scopo, quasi sempre, è privatistico. Con buona pace di un’amministrazione pubblica piuttosto permissiva, si direbbe, e in deroga al Piano Regolatore.

Poco dopo Case Rosse, a salire per Ruta, due ampie fasce a valle dell’Aurelia sono da una dozzina di giorni sconvolte dalle ruspe. In un piccolo ma significativo lotto di territorio terrazzato vista mare, abbattute una serie di piante, compare il fango di una cantiere (per il fango, complice è il maltempo). Un compressore inietta energia in un gigantesco martello pneumatico, calato con la gru sulla prima terrazza, che squassa il suolo con un fragore assordante dalle 10.00 del mattino al tramonto. Di quando in quando si sollevano vaste nuvole di polvere.

Per i muratori impegnati lì sotto, che devono domare il mostro, “in tre giorni abbiamo finito”. Questo lo dicevano tre giorni fa, oggi va tutto avanti come prima. Ma secondo un altro manovale della squadra, “per finire ci vorranno tre mesi”. Il tutto, a che scopo? Per ottenerne un posto auto (uno solo) ed una rampa carrozzabile che consenta di arrivare in macchina alla villetta lì sotto – cui finora si accede solo a piedi. Rampe di questo genere, innumerevoli ormai, si dipartono dalle arterie principali verso fasce, uliveti e campagne. Costellano dappertutto una zona caratterizzata, come quasi sempre accade in Liguria, da dislivelli. Stavolta, il cantiere in oggetto si mangerà tre fasce. E lo farà anche se, per arrivare alla villetta, si tratterebbe solo di continuare a fare quattro passi.

Che si tratti di costruire una breve strada, del resto, lo ammette l’apparentemente regolarissima concessione per i lavori rilasciata dal Comune di Camogli: così recita l’apposito cartello. L’inizio dei quali è avvenuto il 7 dicembre, anche se la fine – come al solito – resta ignota.

E’ il cosiddetto, continuo, costante, ennesimo, preoccupante episodio di quel ‘consumo di suolo’ che riguarda buona parte d’Italia – me ne occuperò ancora con maggior dettaglio soprattutto per quanto riguarda il territorio dove vivo. Qui però voglio fare un discorso più generale, che ci porta più lontano. Il consumo di suolo è infatti solo uno degli eccessi del tempo che viviamo, comunque uno specchio di questa ansia degli esseri umani di intervenire sull’ambiente per piegarlo ai propri fini, ai propri ‘bisogni’, veri o presunti che siano. Una ricerca apparsa nei giorni scorsi su Nature, a cura di un team di ricercatori coordinati da Ron Milo dell’Istituto israeliano Weizmann, racconta come “gli oggetti creati dall’uomo da oggi pesano di più di quelli creati dalla natura”.

Che significa? Vuol dire che “(…) l’umanità è diventata la forza dominante nel modellare l’aspetto della terra”, riassume Elena Dusi su Repubblica. “Da un lato ci sono le città, pesi massimi del mondo artificiale, coi loro mille miliardi di tonnellate e oltre. Dall’altro le foreste, il 90% del piatto della bilancia della natura, che arrivano a 900 miliardi di tonnellate. La massa antropogenica, che negli ultimi tempi raddoppia ogni vent’anni circa, nel 2020 supererà la massa vivente” – spiega lo studio. “All’inizio del secolo scorso il rapporto tra l’artefice uomo e la natura era appena del 3%. (…) Oggi le nostre fabbriche, soprattutto di cemento, materiali da costruzione, metalli e asfalto, riversano sul pianeta 30 miliardi di tonnellate ogni anno”.

Spiega Dusi che “il calcolare il peso della natura e degli oggetti del mondo è la peculiare specialità di questo ricercatore israeliano (…). Oggi, il risultato dello studio di Nature ci informa che la plastica coi suoi 8 miliardi di tonnellate sovrasta gli animali, fermi a 4. In cima alla lista delle nostre produzioni c’è il cemento (40% del totale), cresciuto soprattutto a partire dagli ’50, cui va aggiunta una quota equivalente di sabbia e pietrisco usati come base per strade ed edifici. Il restante 20% è composto da metalli (…), asfalto (la sua diffusione è cresciuta soprattutto dagli anni ‘60), mattoni, legno, vetro e plastica. La massa naturale viene ‘pesata’ dai ricercatori al netto del suo contenuto d’acqua, come se fosse completamente secca”.

Inoltre, continua Dusi, “se come leggiamo in uno studio inglese nel 2016, calcoliamo non solo il peso degli oggetti prodotti dall’uomo, ma anche quello delle risorse estratte al pianeta, già oggi raggiungiamo” questa soglia di sorpasso, pesantemente simbolica. E se aggiungiamo anche i rifiuti dell’uomo, “la data del sorpasso dell’artificiale sul naturale andrebbe anticipata al 2013”.

Perché poi c’è l’impatto, mai sopito, della continua nuova produzione di oggetti e beni, in un senso più lato. Riflessione piuttosto importante in tempi di iperconsumi natalizi. La fabbricazione di manufatti a getto continuo ha ovviamente un grande impatto sull’inquinamento del pianeta. Il calcolo del peso dell’incidenza umana affronta le cose da un angolo visuale piuttosto originale: si tratta comunque di osservare l’annoso problema dell’ambiente, sempre più pressante e conflittuale per chiunque abbia gli occhi per vedere, e un po’ di sale in zucca.

La nostra spinta, mai sopita, alla modifica del contesto di cui dicevo all’inizio risalta poi con speciale evidenza in questi tempi di lockdown. Si viaggia senz’altro meno, quindi diminuiscono le emissioni, per esempio quelle dei voli a lungo raggio. C’è meno gente in giro per il mondo in aeroporti e stazioni, di sicuro, ma ce n’è di più tutt’attorno a me, e attorno a voi, (quasi) dovunque abitiate.

Mentre sono rimasto molto colpito in questi giorni, in ambito locale, nel mio contesto, dall’affaccendarsi di persone che puliscono, riordinano, buttano via quello che non avevano mai avuto il tempo di sistemare quando la dinamica degli spostamenti, gli impegni lontano, assorbivano gran parte della nostra energia. Adesso che sono tutti a casa, l’attività umana di controllo della natura riprende maggior forza e vigore.

Del resto, anche noi nel nostro piccolo abbiamo colto la palla al balzo per lasciare un magazzino dove giaceva accumulata davvero tanta roba. Siamo quindi andati ripetutamente in discarica, alla ‘piattaforma ecologica’ del nostro comune. Ebbene, le discariche non sono mai state così affollate come in questo periodo. L’addetto, a Camogli, allarga le braccia, lo conferma – qui c’è sempre qualcuno che va e viene, mi ha detto da dietro il suo gabbiotto.

Di tema in tema, salto a un altro aspetto, certamente collegato. Mi sento testimone dell’accresciuto impegno necessario a fronteggiare questa invasione di oggetti, di merci, e conseguentemente, necessariamente, di rifiuti. Più popolazione, più densità, più consumo implicano più impatto, più peso (per dirla con la ricerca di Nature), più necessità di smaltimento, più consumo di risorse e di suolo. Per me più pressione, più ansia, in un contesto sempre più costrittivo. Il cerchio si chiude.

Non si può non vedere come il tema della raccolta differenziata, per esempio, sia diventato centrale nell’ultimo ventennio – nella nostra amata ‘modernità’. Guai non si fosse proceduti in tal senso: affrontare il problema dei rifiuti è un passo importante. E’ importante nelle nostre città, tutto sommato ‘civili’, eppure non certo perfette. Ma altrove, nei tanti sud del mondo poveri, sperequati, travolti dalla sovrappopolazione, dove il contrasto ai rifiuti è totalmente inadeguato? Ricordo l’angoscia di una fuga in taxi da Bombay una decina d’anni fa (stavo solo partendo, ma psicologicamente fuggivo, non vedevo l’ora di decollare, di liberarmi dell’oppressione della città) – per citare una metropoli dove i rifiuti non hanno e ancor di più non avevano smaltimento adeguato. Bombay oggi Mumbai, in India, uno dei più vasti e contraddittori agglomerati urbani del mondo, dove la spazzatura ti inseguiva nelle anse di ogni strada, sotto e sopra i cavalcavia, lungo la subway (la ferrovia locale).

Il tema della raccolta differenziata e del rapporto della gente coi suoi rifiuti vien fuori con drammaticità quando le strutture non sono pronte, a valle, a smaltire quello che è stato creato a monte – mentre il cittadino (che consuma, e tanto) sta nel mezzo. Un tema che si inasprisce quando si tratta di rifiuti speciali. I comuni si fanno belli e puniscono, allora, multando (e in tal modo facendo cassa) chi non segue accuratamente le indicazioni. Da noi a Recco, il paese vicino al nostro, hanno messo le telecamere, e siamo stati beccati che scaricavamo qualche sacchetto nero all’isola ecologica; sacchetti neri da qualche tempo vietati perché non consentono agli operatori (gli spazzini) di vedere cosa ci sia dentro. Non lo sapevo, naturalmente, per questo li ho usati – ma non voglio lamentarmi troppo delle multe. L’ignoranza della legge è giustamente non ammissibile. D’altra parte quei sacchetti non contenevano rifiuti tossici (non siamo in Gomorra per fortuna) ma semplicemente vecchie carte, cartone ed altra spazzatura innocua e riciclabile, conferita tra l’altro nei cassonetti giusti.

Dopo il danno, la beffa. Meno male che siamo nel Golfo Paradiso.

 

Renzo Garrone, viaggiatore, scrittore, fotografo.

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Il suo blog personale è www.renzogarrone.com