Mi chiedessero come nascono le storie, stasera (solo stasera, forse), non avrei dubbi.
Sono dolcissimi moti stagionali, basse maree di cielo, a creare derive, anzi strisciate di racconti.
La colpa è della memoria.
Quando piove raduna sulla spiaggia gli attimi già usati, con materna indolenza. Come una grassa chioccia.
Li spinge con l’ala, uno dietro l’altro o fuori riga, in ordine sparso.
All’asciutto, comunque. Perché asciughino.
Così i ricordi viaggiano tiepidi e s’impigliano nei nomi e nei pensieri: sono già storie a domino, ad incastro, complici certi goccioloni, la gatta sfinge sotto la coperta, la scatola di foto rovesciata sul letto.

(Quelli  umidi fanno malinconia, diventano appiccicosi: non rotolano come le biglie, s’incantano, fermi a chiodo fisso)


“Mah sì, questo l’è Ernestu Strin. Quello della casa prima del Boscone. Sulla curva. Quello amico di Buter. Ti ricordi, la fionda…”.

Mio padre chiama dentro il cerchio.
La fionda raccontata, sì quella la conosco, ma non la fionda ‘vera’, servita in un piatto a fine pasto, insieme col budino: il trofeo da ringraziare, per chiudere una cena densa di arretrati e di polli rubati con destrezza. Fra ragazzi, amici.
Non posso.
Conosco i fatti, ma non c’ero.

Negli anni, è già passata sulla tavola, la storia, nascosta dietro ad ogni  arrosto.

Ha costeggiato l’argine nei giri in bicicletta.

È spuntata dietro ad ogni Ernesto apparso a casa nostra.

Ha condito racconti di pranzi succulenti o capricci di bambini con lo sguardo impermalito dal cibo proposto e rifiutato.

Fionda ribalda, fionda giustiziera, nel nome della fame, di pollai violati e contadini avari.
Non basta: mio padre chiede complicità al ricordo.
Una presenza.
Mi chiede di essere con lui. Coetanea e vicina ai suoi nomi, che frastornano e fanno sciame; amica dei suoi amici, che hanno soltanto un viso di carta o di parole.

Non posso ricordare la fionda, come non ricordo la nonna ad attenderlo, ragazzo, con la rama di salice (carezza un po’ spinosa sulle gambe), dopo una gara di bicicletta, vinta ma non annunciata.
Viene voglia di chieder scusa per questo non esser dentro, per non sapere i nomi che dimentica e cerca, con una risatina imbarazzata; viene voglia di chieder scusa per essere stati bambini e ragazzi in tempi diversi.
Resta da fingere la dimenticanza.
“Raccontami raccontami, ché non la ricordo bene la storia, sai…” 

E intanto mia mamma, con gli occhi viperini e divertiti, guarda in alto. “Ancora!”- pensa, ma sta al gioco.
Fuori piove.

Zena Roncada è autrice di Margini