Di cosa si può parlare se non dell’enorme elefante bianco che domina tutti i discorsi, i pensieri, gli approfondimenti dei media?

Si può parlare del dopo, di come riprenderemo a vivere. Si può parlare del prima, poco prima del contagio. Si può parlare del tempo passato, delle altre epidemie che avevamo conosciuto.

Dopo aver svolto i compiti domestici, dopo aver procurato la spesa, dopo aver lavorato (chi può), siamo stati chiamati dalla nostra coscienza (e dalla TV) a fabbricarci le mascherine.

Ci sono i “professionisti” che cercano i tessuti più adatti, si documentano, fanno prove ed esperimenti. Ci sono gli “stilisti”, che realizzano oggetti pure “belli” da indossare. Ci sono gli “improvvisati”, capaci di costruire una mascherina anche da un sacchetto della rumenta, con risultati forse risibili.

Comunque tantissimi si sono lanciati in questa nuovissima inclinazione del fai-da-te.

Non so quanto siano utili, ma mi rendo conto che sono diventate l’amuleto di questi tempi. Non averla è quasi una questione di educazione civica o di buona educazione tout-court, più che una norma igienica. È un oggetto agognato, desiderato, gradito dono tra amici e parenti.

‒ Hai la mascherina?

Chiede la moglie premurosa al marito, pronto ad uscire.

È normale: l’uomo ha bisogno di amuleti, di segni e oggetti scaramantici. Mettere un filtro davanti alla bocca e travisare il viso sono cose già viste nella nostra storia. L’amuleto ci parla del futuro, del fatto che noi intendiamo vivere, proseguire, prosperare (se possibile).

Penso però che le mascherine siano un’ottima scusa per non parlare, per non farsi riconoscere. Il fatto è che non abbiamo niente da dire. Siamo soverchiati dall’avvenimento e non abbiamo la capacità, la forza, la voglia di rappresentarlo, di parlarne.

Cerchiamo risposte nel linguaggio della scienza, quasi che ad imparare nozioni incomprensibili possa rassicurarci. Ma anche la scienza ci tradisce: non sa rispondere, talvolta. Non sa cosa dire. Dubita, la scienza. Dice di aspettare, di leggere i dati, invero complicati da leggere, come un testo di patologia. Allora cerchiamo risposte in chiunque possa rassicurarci: non avere paura, bevi un decotto di malva e curcuma e tutto andrà bene. A volte non ci basta neppure quello e ci accontentiamo solo dello slogan, buono per la pubblicità e per i bambini (o gli americani): andrà tutto bene.

Ricominciamo a parlare, per carità! Parlare o scrivere, usando le parole nostre, quelle che abbiamo a disposizione, senza interrogarci sui meccanismi intimi delle difese immunitarie, sulle mutazioni dei virus. Parliamo di noi, della nostra paura, di quello che faremo il prossimo anno, fra tre anni, fra dieci anni. Inventiamoci le parole necessarie a dire quello che la paura non ci fa più dire, strappiamoci di dosso quella mascherina simbolica, comunichiamo, con la tv spenta. Sempre lavandosi le mani, mi raccomando.

E già che ci siamo torniamo a produrre per noi, per la nostra famiglia, la nostra tribù, una piccola parte di tutto quello che ci serve: un orto, una fonte, un albero da frutta, un pollaio, una nicchia con una Madonnetta (chi vuole altri simboli, se li cerchi), una parola, una canzone, una emozione: ma tutta roba fatta in casa, altro che mascherine.

Così potremo raccontare quello che ci è capitato nella nostra vita, compreso il contagio.