Di Fulvio Belmonte

Fermo davanti al supermercato aspetto – pare un secolo, ma sono pochi minuti – che mia moglie torni con la spesa. Osservo chi entra ed esce con carrelli o borse pieni di roba, il viavai di auto che trovano o lasciano un posto.

D’un tratto lo sguardo mi cade sullo specchietto: vi compare, proteso nell’azzurro, il profilo cuspidato della torre di Santa Maria Maggiore, sulla collina di Castelvecchio. Dietro la chiesa si intravvede una chiazza scialbata tra il verde dei bussi e gli ombrelli sbilenchi dei pini: il muro che circonda il cimitero.

Mi fa tornare in mente un capitolo del passato accantonato per anni. E penso, con un po’ di vergogna, che dovrò tornare, un giorno o l’altro, sulla collina: vi dorme, tra colombari e campi, una metà almeno della mia famiglia preterita.

 

Lo facevo al tempo delle elementari, arrivando in corriera dal paese, una volta a settimana. Frequenza confacente, ma priva di merito, poiché ero condotto da mia madre e quasi del tutto inconsapevole.

La prima tappa prevedeva una visita al nonno di Castelvecchio, rimasto così presto vedovo, nella casa cui conduceva un viottolo stretto, quasi un sentiero di campagna. Piccola – come l’orto, bizzarro tra i palazzi che gli facevano sempre più ombra, mangiandosi i terreni tutto attorno – e con il soffitto basso che rendeva buia la cucina.

Così, mentre mia madre rassettava le stanze, preparava il pranzo parlando fitto di questioni che non capivo, preferivo restare fuori a captare i segnali che Oneglia, negli Anni Cinquanta ancora viva, mandava alla periferia cresciuta sul piano golenale del torrente. Tra tutti, incessante e misterioso, il viaggio dei vagonetti, avanti e indietro tra cave e stabilimento Italcementi. Fonte non trascurabile d’inquinamento da polveri, lamenterebbero oggi i “verdi”; per me, allora, spettacolo da non perdere.

Dopo la pastasciutta e una fettina (a volte era una frittata) con pomidoro, imboccavamo la mulattiera che sale alla Madonna. Nel recinto silenzioso, mi trovavo a fronteggiare la facciata austera di un condominio dei morti: la nonna, di cui poco ricordavo, giaceva dietro una lastra di marmo, ridotta all’ovale di una foto che, nuvole o sole, accennava un timido sorriso.

 

Con il passar del tempo i viaggi si sono diradati. Tornavo, però, con i miei, una volta all’anno, il Giorno dei Morti o, per essere precisi, la prima domenica successiva, per la benedizione del cimitero. Alle quattro del pomeriggio l’intera comunità di Castelvecchio, in cui molti sembravano conoscermi – io non conoscevo nessuno –, si ritrovava sulla collina.

Le donne, comprese della cura per le anime defunte, si raccoglievano sotto le volte affrescate della chiesa per le debite preci. Gli uomini erano mossi, in buona parte, da intenti più terreni: chiacchieravano sul piazzale che dominava il corso del torrente e la città che lo secondava, allargandosi alla foce. Se era giornata di partita casalinga, alle loro voci si aggiungeva, ogni tanto, un boato dagli spalti del “Ciccione”.

Alla fine della messa, però, tutti seguivano la processione; prendevano posto tra le tombe, sulle terrazze a sommo del pendio, sospese tra monti e mare.

Il parroco si teneva sul vertice del campo più elevato, perfetto palcoscenico teatrale, eretto come statua sulla guglia di una cattedrale; i paramenti viola agitati dal vento che di rado mancava in quella giornata novembrina, gonfiati dalle folate e sollevati a guisa d’ali.

Figura d’apocalisse come quella che minacciava ai tiepidi nella fede, ai distratti dalle cose del mondo, alle pecore matte tra i suoi parrocchiani. Non a me e a mio padre, dunque, che – foresti – ci sentivamo al riparo; mentre si infervorava ci guardavamo breve, perplessi e scettici di fronte a tanto zelo.

La fine della funzione riportava in vita lo stuolo immoto degli astanti. Lasciata la guardia delle tombe, si muovevano gli uni verso gli altri, scambiavano strette di mano, parole sorridenti.

A noi restava poco tempo per il congedo. La corriera transitava ai piedi dell’altura alle cinque e mezza precise e non aspettava nessuno, neanche chi si attardava a salutare parenti venuti da lontano, conoscenti che capitavano solo in quella occasione.

Ci lasciava al bivio di Gazzelli; il resto della strada era da fare a piedi: le macchine erano poche in quegli anni, spesso piene, non c’era posto per tre persone. Qualcuno si fermava perché toccassimo con mano. «Capisco. Non fa niente, grazie lo stesso», conveniva mia madre.

Riprendevamo il cammino. La lista delle persone viste o mancate, il bilancio delle parole dette e sentite accompagnavano i passi verso casa. Giungevamo che era buio; consumata la domenica, mi restava l’umore triste della ricorrenza, il pensiero molesto della scuola che riprendeva l’indomani.

 

Così, venuto meno il pungolo materno, per anni sono rimasto lontano, anche se il tempo aveva infoltito la brigata dei parenti sulla collina. Mio nonno, andato a riposare di fianco alla nonna che l’aveva atteso per anni; gli zii, più solleciti a ricongiungersi con le mogli che li avevano preceduti (come si suole dire) nel sonno eterno. Come avessi saldato il debito accompagnandoli nell’ultimo viaggio, non sono tornato a visitarli. Solo ora me ne sto rendendo conto.

Intanto, però, ecco mia moglie con la spesa. Apro la portiera per aiutare a sistemarla: la collina di Castelvecchio scivola via dallo specchietto. Ripongo borse e sacchetti nel bagagliaio e già un’auto si accosta, uno sguardo mi sollecita a partire…

Sono le dieci, ma il traffico è congestionato: fatico a immettermi sull’Argine. «Speriamo che il pesce non scongeli», sospira mia moglie, aggiungendo un’altra urgenza al presente.

Neppure oggi ci sarà modo di render visita ai trapassati.

 

Fulvio Belmonte pubblicherà presto per Pentagora: “Dormono sulla collina”.