Si chiama brutalismo. E’ una corrente architettonica che si esprime attraverso forme e facciate sulla quali domina l’ostentazione di cemento e metallo prossimi alla sbeccatura, alla corrosione, alla ruggine. Trova un riflesso nel gusto di plastiche e stracci e abiti, consunti (se non rotti) a malarte e indossati per imitazione e compiacimento. La ritrovo, sotto altra forma, nell’analfabetismo relazionale di chi inizia e chiude una comunicazione senza un segno di saluto.

Ricevo lettere di persone che hanno smarrito l’arte dell’avvicinamento e pretendono di entrare nella mia corrispondenza senza un cenno di attenzione.
“Le invio il mio prossimo [sic!] romanzo per una eventuale pubblicazione”; così, senza premessa né conclusione: puro stile aziendale.
Di solito, cestino senza proseguire la lettura.

Purtroppo questo brutalismo epistolare giunge anche da persone vicine, buone conoscenti, anche stimate, proprio come se ci fossimo parlati o scritti pochi minuti prima. E, in questi casi, mi fa male non rispondere, anche se nel cuore vorrei rispedire il messaggio dove è partito.

Allora:
scrivere o telefonare è come entrare in casa d’altri. E quando si entra in casa d’altri, si bussa, si saluta, (se non ci si conosce) ci si presenta, si chiede permesso: uno, due, tre, quattro. Quando ci si allontana, si saluta: cinque. Si fa così, solo così, se non si vuole comunicare disinteresse, sufficienza o arroganza.
Come si fa quando si va in casa d’altri, così anche quando si telefona o si invia una lettera elettronica. E questo non è un recitativo borghese, non è culto delle forme, non è galateo delle buone maniere, ma elementare geometria dell’incontro, considerazione per le persone alle quali chiediamo ascolto.

Qualcuno potrebbe dire: vado di fretta, non ho tempo da perdere. Ma per un saluto non può mancare mai il tempo, semmai è il gusto della relazione personale che manca (e forse l’educazione a stare insieme sulla filigrana del rispetto e della reciprocità).

Chi non ha tempo da impegnare per salutare, eventualmente per presentarsi, e per chiedere attenzione non ha motivo di attendere alcuna dedica di tempo né di attenzione.

Perché scrivo queste note sul blog di Pentàgora?
Per richiamare alla giusta attenzione chi talvolta scrive e si propone con noncuranza.
E perché chi, per la sua noncuranza, non dovesse trovare un riscontro sappia che, proprio nel silenzio, la risposta in realtà l’ha già ricevuta.

fotografia di Roberto Conte