Quand’era piccolo Marco; piccolo, ma grande a sufficienza per leggere ed ascoltare storie, ne scrissi alcune ispirate ai boschi vicini.
Boschi di appennino.
Storie in natura insomma.
Storie amanuensi e solo per noi.
“Bruno il pruno” fu una di queste.
La nostra casa, una vecchia casa in pietra, di quelle liguri con i soffitti alti e i fianchi a spacco come l’ardesia, poggia sulla roccia.
Pietra su pietra insomma.
Confina con un vecchio edificio abbandonato un tempo ad uso agricolo e a un fazzoletto di terra, dove imponente magnificava di bianco in primavera un pruno.
Strana cosa.
Non ne ricordo i frutti, ma i fiori sì eccome.
Sembrava oriente.
Fu così per molte stagioni, per molti dei miei anni di moglie e di madre.
Poco prima della scomparsa del suo “padrone”, ammesso che gli alberi abbiano padroni, accadde qualcosa per cui  pruno cambiò il suo aspetto.
L’aspetto era quello di un moribondo, aggrappato alla vita, come la tanta edera arrampicata qua e là in paese,
E per quanto elegante possa essere l’edera, con la sua punta di cuore stilizzato, è e sempre sarà lì dove regnano “disabitudine” e incurie.
È bellezza a riparare i nostri errori.
Mi mise tristezza la vista di pruno così; di pochissimo verde, di rari petali e di tanto colore della ruggine.
Non l’ho mai più visto come allora.
Di recente però ho assistito a qualcosa di altrettanto commovente.
Pruno forse è mamma o forse padre?
Se siano nati dalla semina del vento o da fughe di radici non saprei.
So però che adesso pruno ha tre figli.
Ecco che d’un tratto mi si fa nonna.