La revisione editoriale è un agito delicato, i cui confini non li saprei tracciare: ne abbiamo parlato in comunità editoriale nel corso di tre incontri svolti su Zoom. I rischi sono evidenti: snaturare un testo per trama e composizione; sovrapporre la sensibilità dell’editor a quella dell’autrice; appiattire lo stile sulla grammatica formale.
Mi soffermo su questo punto e mi chiedo quando e quanto sia lecito per l’editor inforcare gli occhiali da maestrino e correggere un testo fino a normalizzarlo, appiattirlo, renderlo anemico, benché sintatticamente inappuntabile.
In questi mesi ho rivisto il lavoro di un’autrice che ha qualcosa da raccontare (non voglia di raccontare o raccontare la propria voglia di raccontare!), che scrive come parla, con gli intercalari e i salti e i rafforzamenti propri dell’oralità della sua terra e della sua storia personale. Vediamo un esempio:
‘Io non mi ci vedo mica a far di quelle robe, che quando ti ci infili dentro… poi hai voglia di uscirne!’.
Un editor potrebbe, per esempio, suggerire così:
‘Non mi ritengo adatto per quelle azioni: chi accetta di compierle, difficilmente riuscirà, poi, a sottrarsi’.
Sintatticamente corretto, letterariamente sterilizzato. Ha senso?

[un inciso: ‘hai voglia’ qui non significa ‘provi un vivo desiderio’, ma è un’esclamazione, come ‘figurati!’]

(immagine da facebook/romeismore)