In altri post pubblicati su questo blog ho osservato che tra le proposte giunte in casa editrice capita qualche volta di cogliere certezza di stile, personalità letteraria, originalità, una costanza di ritmo nel filo che unisce le parole; a volte anche di travedere maturità nella scrittura, qualcosa, cioè, che parla di stabilità e compiutezza nella forma: nulla di ondivago o effimero.
… purtroppo, è più frequente incontrare proposte colme di automatismi, imitazioni, luoghi comuni, frasi a effetto, colpi di scena artificiosi, eco di forme apprese passivamente, forse a scuola, e – quel che trovo davvero deteriore – severi scollamenti tra forma scritta e parlata.
E qui mi fermo e rifletto sulla distanza tra lingua scritta e parlata e mi domando e domando fino a quale misura questa distanza sia lecita. Fino a che punto si può esser leggiadri sulla carta e grossolani nella vita. Conosco scrittrici e scrittori che agiscono questa distanza fino a far pensare a uno scollamento interiore o, forse più semplicemente, aderendo a quel recitativo così borghese di chi nel privato si compiace di parlare nella feccia e in pubblico scrive con i riccioli in punta di penna.