di Bianca Bonavita

“Riponete la vostra fiducia nelle tre dita di humus che si formeranno sotto gli alberi ogni mille anni. Ascoltate il decomporsi delle carogne: mettete l’orecchio vicino, e sentite il tenue bisbiglio delle canzoni che stanno per venire. Aspettate la fine del mondo. Ridete. Il riso non è calcolabile. Siate pieni di gioia tutto considerato.”
[Wendell Berry, La rivoluzione del contadino impazzito]

Dall’humus non si torna indietro.
Non si torna indietro dai boschi, dai semi, da quei pochi centimetri di terra che sono il nostro humus, la nostra umanità, la nostra casa, il nostro rifugio, il nostro esilio, la nostra diserzione.

Dietro ci sono solo fuochi e macerie.

La terra è il campo di battaglia che ci siamo scelti, su cui abbiamo trascinato i nostri nemici interiori, tutto ciò che da sempre ci lega alle luci, al lupo mannaro del progresso, quel carico di compromessi che da sempre ci portiamo appresso e che con grande fatica abbiamo iniziato ad alleggerire. Sulla terra e solo grazie alla terra abbiamo vinto qualche battaglia. Arretrare di un passo equivarrebbe a una resa, a un tradimento.

No, dalla terra non si torna indietro. Non si torna indietro da questo nostro prendere confidenza con semine e sepolture. Con quale coraggio mancare all’appuntamento con la terra umida che si sfarina tra le mani? Con quale coraggio negare al suo ventre nudo il seme del pane a venire quando ottobre di limpida luce ci bacia la fronte e rabbuffa i capelli al suono del pioppo torrente che scroscia nel vento? 

La terra è uno sposalizio, una rivolta, una sposa rivolta che ci rivolge ogni giorno la sua offerta. Come la poesia.   

Non si tradisce uno sposalizio senza vergogna, non si tradisce una rivolta. Come la poesia.

È un patto di sangue e di sudore. Fatica in cambio di un apprendistato alla gioia, a una libertà differente che non riguarda il poter fare ciò che si vuole, piuttosto il voler fare ciò che si può, l’adesione al corso delle stagioni, delle giornate, degli attimi. 

Aver seminato prima di una pioggia è gioia, aver messo al riparo la legna prima di una tempesta è gioia, aver lavorato la terra quando non era troppo dura o troppo bagnata è gioia, aver raccolto prima di una gelata è gioia, aver scelto il pezzo di terra giusto per far crescere al meglio una pianta è gioia, essersi preparati per l’inverno è gioia, veder crescere a frutto gli alberi che si è piantato è gioia.

E da questa gioia non si torna indietro.

Non si torna indietro da una tavola imbandita di terra, da un pasto che ha il sapore delle proprie mani. Si può solo andare oltre, diventare albero o nuvola, seme o germoglio, ritornare al regno indifferenziato dell’infanzia.

La città è l’inferno che ci ha allevati, la città è ovunque.

La terra non è fuori dalla città. È un pezzo di città non ancora totalmente conquistato e reso infernale, è una zone à defendre in cui si può ancora combattere con dignità la propria sconfitta.

La terra è un esilio in cui si decide dove e come condurre la propria battaglia.

Chi sta sulla terra in un certo modo, senza dismisura, senza profitto, senza sfruttamento, senza veleni, senza monocoltura, non è solo una custode ma una guerriera mite che ogni giorno si fa arma. Il farsi forma della sua vita è l’arma che affila ogni giorno attraverso i suoi gesti. Vita e lavoro diventano indistinguibili, così come regola e libertà.

Intanto le armate continuano ad avanzare, fuori e dentro di noi.

Le maglie della Rete si fanno sempre più strette e le sirene continuano a coprire ogni nota fuori posto.

Assedio e solitudine i nostri compagni.

Poi ci ripensiamo, chini sul bosco scalpicciante a pescare castagne dal fondale ombroso del monte tra relitti d’alberi muschiati e secolari vele chiomate e insieme ad altre mani amiche setacciare quei pochi centimetri di terra che sono il nostro humus, la nostra umanità, e volgere lo sguardo e vedere le bambine giocare a quattro metri d’altezza su un tronco cavo e sentire solo mugghiare il vento tra le foglie che s’accartocciano d’autunno e di siccità e dimenticare per un attimo le armate che avanzano, la solitudine, l’assedio, l’orrore dei centri commerciali, dei resort, dei parlamenti, dei consigli d’amministrazione, dei programmi televisivi, dei cartelloni pubblicitari, dei selfie sulla spiaggia, dei post nel cervello, delle città-negozi, dei paesi-fabbrica, dei lavori-prigioni, delle scuole-campi, delle medicine-veleni, dei mari-cimiteri,  e fermare per un attimo o per sempre questo nostro tempo disperato, questa nostra apocalisse senza fine, fermarlo in questo istante di bellezza insieme.  

No, dall’humus non si torna indietro perché solo nell’humus potremo trovare una rivolta comune che non si spenga la sera, col finire della battaglia.

Solo nell’humus potremo chiamare vita questa rivolta, e farla durare, e darle spazio.

Bianca Bonavita ha scritto Humus e Discola