Alfio è un amico un po’ vanesio, di quelli che ama mettersi in mostra. Tutto quel che fa è speciale, unico, raro. Però è anche una persona simpatica, amabile e questo suo egocentrismo non equivale ad un egoismo ingombrante.

Alfio non legge. Perlomeno, da come lo conosco io non legge libri. Nondimeno li acquista e li sciorina ordinatamente sugli scaffali di casa. Interpellato, ha dimostrato di sapere come catalogare i libri e dunque di averli posizionati sui ripiani secondo una logica che gli consentirebbe di ritrovare il titolo in un batter d’occhio. Consentirebbe, ho scritto, perché ad Alfio non interessa un tubo quel che c’è scritto nei libri, ma i libri come oggetto, come arredo, come particolare che può contribuire a dare un’aria intellettuale al detentore dell’oggetto medesimo.

Durante la clausura ha acquistato alcuni volumoni consigliati dalla televisione. Titoli di grido, autori di grido, prezzi da urlo. Poi li ha lasciati abbandonati distrattamente sul tavolinetto del salotto. Infine, s’è reso conto, nessuno sarebbe andato a trovarlo durante la clausura. A che serviva dunque lasciare quelle tracce sparse per casa? Me lo ha confidato lui stesso, con il rammarico di chi ha sostenuto una spesa un po’ troppo grande per un risultato così trascurabile.

Alfio è attento. Quando lascia un libro in vista, come se lo stesse leggendo, prima lo gualcisce un poco, poi mette fra le pagine un segnalibro di marca. Certo, chi passa a trovarlo nota la libreria (non molto grande, per la verità) e nota i due, tre volumi sul ripiano. Con me, che sono suo intimo, non deve fingere. Dice che non ha tempo per leggere. Che vorrebbe farlo, ma non può. La famiglia, il lavoro e tutte quelle scuse che tutti troviamo per non fare quello che non abbiamo voglia di fare.

Così mi è venuto in mente che la lettura di un libro è diventato un atto inopportuno e lo sarà sempre di più. Oramai le nostre azioni e le nostre scelte sono dettate massivamente dal mondo esterno a noi: media e società ci dicono come mangiare, vestire, comportarci, arredare casa, leggere certi libri, appunto. E l’alternativa è sceglierci degli amici e dei canali di comunicazione che ci dicono cosa NON mangiare, indossare, leggere.

Tendenzialmente, non ci diamo più retta. Il rischio forte che percepiamo se dovessimo seguire unicamente i nostri gusti è quello di essere esclusi dal consorzio umano, essere visti come personalità di confine, al limite della follia, della demenza o del delitto.

E invece abbiamo tutto il diritto di ascoltare Bach e Gigi d’Alessio; leggere Proust e i fumetti di Tiramolla; mangiare grano saraceno bio e merendine del Mulino Bianco, senza provare nessuna vergogna, senza timore d’essere incoerenti. Con coscienza, però: dovremmo sapere la differenza che c’è tra l’uno e l’altro e scegliere perché in quel momento ci va.

Ho fatto leggere la bozza di questo pezzo ad Alfio. Ha buttato via i libri e l’ultima volta che l’ho visto stava mangiando patatine intinte nella crema alla nocciola.

Contento lui…