Essendo ormai uno scrittore noto a livello rionale, per non dire condominiale, ho potuto raccogliere una piccola casistica di reazioni che l’attività di scritturale desta nei miei interlocutori.
Alcuni amici d’infanzia mi dicono: ‘Ho saputo che scrivi. È vero?’ (di solito rispondo strombettando parole imbarazzate), il dialogo prosegue in due modi standard, prima domanda: ‘Ah, e cosa scrivi?’ (imbarazzo, mezze parole riguardanti la cosmogonia e l’introspezione negli abissi dell’Io).
Seconda domanda: ‘Ma lo sai che anch’io scrivo? Mi devo ricordare di farti avere il mio manoscritto’ (e tra me penso: NO, IL MANOSCRITTO NO!).
Più specificamente l’amico d’infanzia che viene a sapere che hai pubblicato un libro (o più d’uno) manifesta questo avviso per riequilibrare una evidente stonatura dell’universo. Egli si chiede: come sarebbe? Abbiamo bevuto la stessa acqua, mangiato gli stessi gelati al bar, ci siamo pestati e infangati assieme, abbiamo inseguito vanamente la stessa fanciulla, e ora questo qui scrive? Oltretutto io di italiano avevo 7 e lui solo 6. Bisogna che si sappia che non sono da meno, che anche io scrivo, che dallo stesso identico ambiente non può farsi pubblicare, e io niente. Sicuramente avrà pagato.
E invece succede, perché non è tanto questione di talento, ma di passione, di soddisfazione, di divertimento che un essere prova sulla sua pelle ad occuparsi di libri. Prima leggendoli, poi detenendoli (ed ogni libro, acquistato, ricevuto o rubato, ricarica su di sé ben altro che il mero contenuto di parole bene ordinate, ma ancora di più l’emozione della prima volta in cui è stato letto: panchina, treno, ospedale, brandina militare, impianto industriale) infine provando a scriverli, sbagliando, imparando un linguaggio, entrando in una rete di amici e sodali, una corrispondenza d’amorosi sensi che, pure con la distanza o la pandemia, resta viva e piena di progetti, di idee condivise, di attività.
Non è tanto IL LIBRO, singolo, come pure il manoscritto, ma è stare dentro questo mondo, anche solo in modo dilettantistico e giocondo, ma di grande soddisfazione.
La seconda reazione che ho registrato è la seguente: ‘Ma davvero, scrivi? Scrivi sempre? E cosa scrivi?’.
E io come faccio a rispondere? Scrivo, è una specie di mania. Mi piace, mi diverto. Cosa vuoi sapere? Scrivo per 100 e pubblico per 2, forse 3. Perché mi trattengo, perché mi dimentico, perché non ne sono convinto, perché, esattamente come in miniera, occorre cavare tonnellate di ganga per arrivare a ottenere dopo un processo arduo e complesso, pochi grammi di materia prima (vedasi anche ‘Il pozzo e l’ago’ di G.L. Beccaria). Cosa scrivo inteso come soggetto? Mah, direi le storie di persone comuni. Quelle le ho pubblicate, perché forse mi vengono meglio. Ho provato la fantascienza, il comico, i ricettari, le parodie. Più come esercizio che come progetto. Il soggetto che preferisco sono le persone sconosciute, meno potenti, fra queste le donne, soprattutto quelle non più giovani. Perché i miei affetti si rivolgono a loro, intese come parti della mia famiglia, ricordi d’infanzia, nonna e zie prodighe di favole, merende e raccomandazioni.
Ecco cosa scrivo. Ed è vero anche che la scrittura è una malattia, un istinto cui non ci si può sottrarre. Una volta appresa la magia per cui un sogno si può fermare nelle pagine di un libro (esattamente come i fiori, che un tempo si usava porre e dimenticare fra i fogli) non si smette più. Anche se ti leggono solo i condomini, tua mamma e pochi altri.