Il cibo. Ci penso giorno e notte. Sento, io pancione, che non dovrei nutrirmi di bestie. Sento, ho scritto. Ma il verbo giusto è ” penso”. E che dovrei nutrirmi, io più o meno obeso, il meno possibile. Appena. E invece sono un mangione. Alberto, relativamente magro, ama relativamente la carne. Mai quanto la pastasciutta. Però la ama e ha insegnato ad amarla ai figli. Il sangue dell’ animale non lo preoccupa. È intingolo. O berodo.

 

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Parlo di Alberto perchè siamo cresciuti, parzialmente, insieme. Con padri e madri, parzialmente, della stessa razza. Con lo stesso maestro elementare. Nella stessa Voltri. E un’ antenata sua si chiama Peruzzo, come mia madre. E c’ è di mezzo Molare. Che è, grossomodo, a quattro km dai Pliz. Parlo di Alberto perchè abbiamo letture comuni. Perchè ci vediamo spesso. Anche se a me piacciono frate Francesco, il partigiano Johnny (un partigiano azzurro), Gozzano, Sergio Quinzio, i Vangeli. E lui ama lo sciamanesimo, Grazia Marchianò, forse Bauman, sicuramente Foucault.

Lui sogna la casa tra i faggi. Io ho una casa tra le querce e il prato. Con qualche pero e melo a tiro di sguardo. Lui va nel fiume. Io guardo il fiume. Anzi: il torrente.

Lui è quasi comunista e apprezza i capitalisti in gamba. Io sono quasi liberale (liberalsocialista). E ammazzerei a calci nel culo i capitalisti. Specie quelli in gamba.

Ma questo non c’ entra o, siccome per le persone molto intelligenti tutto c’ entra, c’ entra solo per le persone molto intelligenti. Tra le quali non conto e non mi conto.

 

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Oggi Marx è ritornato ai Pliz. E c’ è tornato morto. Eravamo Enzo, il compagno della moglie da cui sono separato, la mia compagna, i miei figli Pietro e Teresa (poi ha fatto, con delicatezza, capolino mia figlia Maddalena), la mamma- compagna appunto di Enzo- di Pietro e Teresa. Enzo ed io abbiamo, dandoci il cambio scavato una fossa profonda sotto una quercia del nostro prato. Ognuno di noi, ma soprattutto Pietro e Teresa che con Marx hanno vissuto due terzi- e forse di più- della loro vita, avevano un dolore. Il dolore.

 

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Dio accolga Marx, il gatto Marx, nel suo Regno che si avvererà dopo che la folgore verrà da oriente brillando fino a occidente.

Speranza assurda (credo quia absurdum), speranza da matti e attesa ogni giorno disattesa. Speranza che ti ridono in faccia, che ti ascoltano appena e si guardano tra loro. E fanno le facce.

Eppure chissà, molti (tra cui io) sono colpiti da questa speranza disperata e da questa attesa faticosa. Non è la quercia che risolve il gatto Marx. La quercia gli fa compagnia. Sorella quercia, fratello gatto nero con la punta della coda bianca. Se risorgeremo noi donne e uomini risorgeranno anche gli animali che hanno l’ anima nel loro nome. Se non risorgeremo vorrà dire che Gesù ha mentito.

Che frate Francesco e sorella Chiara si sono sbagliati. Che don Andrea Gallo, don Santoro delle Piagge, Caterina da Siena, il cardinale Romero, Teresina di Lisieux hanno preso un granchio. Niente di più facile.

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Paolo De Benedetti, ha scritto, a proposito del suo cane:

 

“Bobi, che su nel cielo

muovi la coda a Dio,

essere amato e amare

è stata la tua sorte

in vita come in morte.

Ora, ti prego, insegnaci

a varcar quella porta

mentre si fa più corta

la nostra attesa; e un filo

di luce dal tuo pelo

ci guidi a ritrovarti

nel prato di asfodelo”.

 

(Paolo De Benedetti)

 

Se Paolo sbaglia preferisco lo sbaglio di Paolo a tanta filosofia, teologia, sociologia, storiografia, psicologia. Scienze sapute. Che, proprio ai dotti e agli intelligenti, lui ha nascosto la verità. Donandola ai piccoli, ai matti, agli strambi. Agli animali. Che, nel mondo che verrà, Lazzaro povero in terra attende.

 

 

Gianni Priano ha scritto per Pentagora

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