Avevamo raccolto i due gatti dal bordo del prato dove adesso c’ è la rete che delimita lo “scito” di Gabriele e Maura, venuti via dalla Crocera di Sampierdarena. La loro figlia, Martina, è cresciuta qui. Nella casa che fu di Bernardo e Maria. E dove stava, prima di sposarsi con Luca Peruzzo (fratello di mio trisavolo Chinèn) la mamma del vescovo, Antonietta Ivaldi.

I due gatti li avevamo portati a Voltri, in Via Guala, già Via Duchessa di Galliera, già Via Giordano Bruno, già Via Brignole De Ferrari, già Strada Giustiniani.

Li avevamo raccolti e portati a Voltri. Dove, in Via Guala 13, centenario, Marx è morto.

 

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Alberto dice: noi sopravvalutiamo la morte. Alberto il mio amico. Dice: non c’ è niente di strano nel morire. Si muore e si va nella terra, nel fegato di una mucca, nella pancia di un topo, nella foglia di un cavolo, nel becco di una pernice, nel vetro di un bicchiere. Il mondo, l’ universo, il Tutto sono la soluzione. Proprio nel senso che è lì che tu ti sciogli.

Per lui non c’ è tragedia. Il pungiglione della morte di cui parla San Paolo non è ” il” problema. Perchè c’ è subito lì, pronta, la natura a rispondere. Come una madre che abbraccia, che ti mette a letto, ti copre.

La sua visione della faccenda è rispettabile. È fatta di piedi nudi che camminano i prati per sentirli meglio. Che camminano il terreno, la terra per trovare la memoria della terra, quella che lei ha di noi e noi di lei.

La mia, di visione, è opposta. Ha le scarpe. E i piedi dolci. È in opposizione alla morte che è ” la” tragedia, non solo e non tanto per la morte in sè ma per il morire, per la pratica quotidiana del morire, per la malattia, per l’ ospedale. E nella natura vedo, certo, bellezza (le albe, i tramonti, le fioriture, il nero degli alberi a gennaio, l’ arsura degli assolati pomeriggi) ma- anche- dramma, oscenità. La sofferenza delle bestie. I guaiti che arrivano da oltre la siepe, i cani che invecchiano e ci lasciano, l’ albero bruciato dal fulmine, lo sbrano che c’ è minuto per minuto, ora per ora nel Pampardì, la boscaglia a settanta metri da casa, ai Pliz. La giungla che confina con il prato. Di cui taglio l’ erba e ho cura. E di cui fingo, a tratti, una selvatichezza di maniera.

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Gianni Priano ha scritto per Pentagora

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