Si potrebbero catalogare i libri per genere, disegnando tre grosse regioni nelle quali perdersi nei segmenti di specificità più o meno noti. Diciamo che queste regioni sono: narrativa, saggistica e poesia.

Le distinzioni hanno un’utilità commerciale, oltre a essere l’imprescindibile strumento di lavoro dei bibliotecari (pubblici o famigliari). Dentro la narrativa si trovano i gialli, i polizieschi, le storie d’amore, di fantascienza, di guerra, e ancora e ancora, finché uno può mettere i tre puntini. A me non piacciono e dunque concludo così.

Dentro la saggistica ci sono i libri scolastici, ma anche quelli di critica letteraria, la storiografia, i testi tecnici, le raccolte tassonomiche illustrate e non, le monografie di storia locale (potrebbe essere un genere a sé, ma tutto quel che non è narrativa e poesia, sarà saggistica).

Nei libri di poesia si trovano, sotto lo stesso tetto, premi Nobel e poeti autolaureati, cosicché non sia possibile decidere la grandezza dell’opera solo perché pertinente al genere (non lo è mai, perché le distinzioni agevolano la conoscenza del contenuto, ma nulla garantiscono sulla bontà. Infatti una scatola di cioccolatini può indurci in tentazione, ma il contenuto può essere anche della peggior qualità).

Sarebbe oltremodo giusto, invece, adottare un’altra soluzione: libri belli di qua, libri brutti di là. Immaginando, è evidente, che di libri brutti non ce ne siano, o solo per via di qualche sbaglio, e siano dunque utili per comprendere dove l’errore si annida o come NON fare un libro.

Ma un libro bello, andiamo, potrebbe benissimo contenere tutti e tre i generi, avere per tema, che so, i protozoi, presentandoli con le ultime scoperte della biologia; immaginando storie, componendo poesie o adoperando una prosa poetica. Grande sarebbe l’autore capace di ricomporre il linguaggio della scienza con quello del racconto o della poesia. Parlare scientificamente a tutti, raccontare puntualmente, cantare emotivamente, nello stesso libro.

Mi sorge il dubbio che la distinzione di cui vado brontolando, nasca da quella intuita ed espressa da Giovanni Gentile, allorquando gli parve adatto costituire la scuola in ambiti separati: ‘alti’, che dal classico conducessero agli studi umanistici e giuridici; ‘bassi’, che dallo scientifico aprissero all’ingegneria, alla tecnologia. Qui non ci interessa il tema della riforma Gentile, di cui peraltro lo scrivente sa davvero poco, ma piuttosto il rimarcare una suddivisione che forse non esisteva  e non esiste: quella tra scienza e umanesimo, tra tecnica e filosofia che però viene pur sempre percepita.

Giusto per buttar lì due o tre nomi della grande letteratura italiana: Calvino era un agronomo, Fenoglio non era laureato, Levi un chimico, Revelli un geometra, Rigoni Stern licenza d’avviamento al lavoro, Gadda un ingegnere, Montale un ragioniere.

Eppure sono questi i nomi di chi (fra molti altri, beninteso) ha costruito opere importanti che talvolta sfuggono a una semplice etichetta: Fenoglio ha rappresentato la Resistenza, Levi[i] ha indagato le bassezze umane, Revelli ha ricapitolato la trasformazione di una società, e qui mi fermo perché mi fido del fatto che chi sta leggendo ha già capito dove vado a parare.

C’è bisogno di suggerire al lettore che genere di libro ha per le mani?

 

[i] Sui testi che non possono essere catalogati si veda ad esempio: ‘Carbonio’ in ‘Il sistema periodico’ di Levi, dove si racconta, con la competenza del chimico, l’avventura verosimile di un singolo atomo di carbonio.