“Un buon editore è quello che pubblica circa un decimo dei libri che vorrebbe e forse dovrebbe pubblicare”

Roberto Calasso, L’impronta dell’editore, Adelphi 2013

 

A Pentàgora pervengono testi aspiranti la pubblicazione per più vie. Dagli autori già noti, dagli amici, da conoscenti, da sconosciuti che ci contattano per posta elettronica, in passato anche grazie al premio ‘Parole di terra’ (che ad oggi è ancora sospeso ma non disperiamo di riattivare), dai testi già pubblicati ma perduti e meritevoli di nuova attenzione. Infine ci sono anche quelli che la redazione pesca casualmente, esamina, digerisce e, in seguito a un felice esito dei contatti con l’autore, finisce per pubblicare.

L’editoria è un’impresa paradossale: devi produrre anche quando non c’è guadagno. Anzi: non puoi tenere la barra sulla rotta della convenienza, poiché questa conduce in secca. A quel punto non è più editoria e non serve a niente. Ma non si possono neppure pubblicare libri e accatastarli in un magazzino. Occorre che i libri si vendano, che l’impresa si sostenga. L’editore è un equilibrista capace di resistere anche quando il vento spira inclemente e gli amici scrollano la testa, demotivanti.

Occorre essere parsimoniosi, misurati, quasi avari, direi. Prima di tutto per non disperdere energie, e poi perché per il bello e il buono si deve essere intransigenti, e non ammettere nulla di meno che il bello e il buono. Non basta ‘adatto’, non basta ‘corretto’, non bastano ‘vantaggioso’, ‘equilibrato’, ‘remunerativo’.

Si ha da cercare bellezza e bontà, tutto il resto viene di conseguenza, deve essere una conseguenza. Anche per questo l’editore deve sfoltire le offerte che riceve, a non accontentarsi, ad adattarsi accogliendo testi che non siano profondamente e meravigliosamente belli e buoni.