In questo tempo di fasi che si deve stare chiusi, che si può uscire che non ti puoi abbracciare… la lettura di alcuni libri, così pure la scrittura assumono nell’esperienza personale forme diverse..  come proiezioni in coni d’ombra talvolta, come nel deserto le architetture del vento. Ecco che “E serbi un sasso il nome” a ricomporre dalla pietra sembianze e storie di uomo, di donna e di bambino… ci avvince e ci commuove di più e a tale punto da “urlar vendetta”; perché di quelle bare in fila poi ceneri a casa di chi non vi ha potuto porgere un fiore si vorrebbe scrivere eccome. Ecco che “L’ecologia della parola” sfrangia preziosi i suoi strumenti e le sue puntuali dissertazioni sulle discipline tutte e persino la filosofia si fa nocciolo duro da seminare in fretta perché vi nasca un albero.Ecco che la brutalità di accadimenti di Gavino in “Con le mani nel cotone” è brace impietosa sul cuore e ti fa piccola e poi forte e poi ancora piccola tra le mura di casa e fuori che sopra la mascherina ci sono sempre gli occhi. Benedetti e maledetti.Ecco che certe “Ali di Pietra” si fanno più comprensibili perché ci riscopriamo potentemente vulnerabili.Ecco che tutti gli orti e le pasture raccontate dai nostri contadini della parola restituiscono il senso che ci sputa come dalla balena di Collodi chini sulla terra e lo sguardo un po’più dedicato al cielo.