Di cucina se ne parla fin troppo. In televisione, poi, siamo di fronte a un’orgia continua di spadellamenti e impiattamenti. Torniamo a ragionare sull’alimentazione, su quello che era la gastronomia dei contadini, senza fidarsi troppo di chi vuole a tutti i costi magnificare i “bei tempi andati”.

Un bellissimo libro uscito due anni fa ci può condurre in un viaggio emozionante, tra cucina, dialetto, memoria, luoghi comuni. Parliamo di roba da mangiare, per capire il senso della parola ‘fame’. Ve ne proponiamo un estratto:

Quando penso a un cibo che sia insieme sorpresa e regalo, a famigliari e amici preparo li rispillitti co li vrocchili – le frittelle di cavolfiori o broccoli detti anche frittilliti, un piatto che da piccola mangiavo solo la vigilia di Natale. Allora il fritto era raro perché lo strutto era poco e l’olio di semi non ancora molto usato, quindi era sinonimo di lusso e di festa.

In una occasione speciale dove vorrei fare bella figura, mi faccio confermare la ricetta da mia sorella, e lei tutta compita mi parla di latte, buccia di limone grattugiata e altre finezze che non sono nel mio ricordo né nella mia pratica culinaria. Alla mia incredulità, spergiura e dice di ricordarsi benissimo quando andava a prendere il latte nella stalla. So per esperienza che guardare indietro è come osservarsi nelle vecchie foto dove ci si metteva in posa: la memoria rammenda e non rammenta. Mi chiedo se tutta la pubblicistica, soprattutto televisiva, dove si esaltano i bei tempi andati, non sia un tentativo patetico di avere anche noi una genealogia da presentare almeno in cucina, raccontando d’ingredienti mirabolanti e di un’accuratezza allora sconosciuta.

Giuseppina Pieragostini, La bellezza del poco. Il cibo sparito dei contadini. Edizioni Pentagora, 2018.