Questa risposta, indirizzata a un’autrice esordiente, è quella che vorremmo fare leggere preventivamente a chiunque desideri proporci un romanzo, affinché possa riflettere sulla qualità del proprio testo prima di scriverci, insieme con una domanda: questo testo lo invieresti a Sellerio, Bompiani, Adelphi, Guanda…? Ecco: se (non ritenendolo adeguato) non glie lo invieresti, per favore non proporlo neppure a noi. 

Gentile Autore Esordiente

L’uso eccessivo degli aggettivi rende pesante la lettura – il gran peso, la normale stanchezza, le tante emozioni… – quasi pare che l’autore senta la necessità di suggerire le sensazioni al lettore, mettendosi al suo posto, non lasciandogli lo spazio di costruire in sé l’ambiente narrativo, lo spazio per immaginare la storia. Troppi aggettivi rendono il lettore passivo, la ripetizione continua devitalizza la funzione dell’aggettivo e – come se fosse solo un automatismo narrativo – ne svuota l’importanza.

Qualche volta poi la sua scrittura inciampa in forme retoriche, ancora una volta automatiche, che fanno pensare a una scrittura poco sorvegliata: la “rispettabile età”, il “fiore dei miei anni”. Lo stesso incedere narrativo lo trovo faticoso, poco agile, troppo costruito, a tratti persino enfatico: “Sì, mio lettore, a me è stata concessa una rara opportunità…” e, dunque, apparentemente artificioso, non sincero.

La scrittura come esercizio formale di costruzione, non come veicolo di espressione, comunicazione e coinvolgimento, è un’eredità dell’Ottocento (e anche della nostra scuola: si ricorda i pensierini, i temi?) dalla quale non ci si riesce a sciogliere, limitandosi a un uso amatoriale della scrittura, puramente formale, qualche volta ingessato nell’imitazione di modelli ormai passati. A meno che ci si immerga profondamente nella bella letteratura del nostro tempo.

Provi a leggere ad alta voce il suo incipit almeno una trentina di volte: se è bello e valido, alla trentesima lettura lo troverà bellissimo; se dentro ha qualcosa di finto e stantio, dopo quindici volte se ne accorgerà e non ne potrà più (ma se è così, per disciplina, provi ad arrivare fino a trenta, ad assaggiare la sua lingua fino in fondo).

In altre parole: penso che la lingua scritta sia tanto più viva quando più riesca a coincidere con la lingua parlata, quella comune, di tutti i giorni (a condizione che la lingua parlata sia educata da quella scritta! dalla buona letteratura, quella alta, quella di Calvino, Sciascia, Vassalli, Tamaro, Murgia… per fermarmi a qualche esempio).

Spero che tutto questo non l’abbia irritata e le possa in qualche misura tornare utile.

Non si scoraggi, buona scrittura!

La Redazione di Pentagora